GENOVA 2001: QUELLE MISTERIOSE PRESENZE

Appare singolare la reticenza della sinistra nell’impiego, nei confronti dell’agente voglioso di ripetere mille volte la “macelleria messicana” (o, per dirla con la Corte penale internazionale, la “tortura”) perpetrata a Genova nel 2001, nella scuola Diaz, ai danni di dormienti inermi; la reticenza nell’impiego – si diceva – di un epiteto in passato speso con estrema facilità e non sempre a proposito, ma in questo caso assolutamente appropriato: l’epiteto di “fascista”.

 

E in effetti le tracotanti smargiassate di quel figuro (qualunque sia il tenore delle “correzioni” poi apportate fino al ridicolo protestarsi “ di sinistra” e votante per il PD) risuonano di gagliardetti spavaldamente mostrati, fez neri e camicie d’orbace, manganello e olio di ricino: di tutto lo squallido armamentario “cameratesco” di cui sicuramente il piccolo sbirro-squadrista va orgoglioso.

 

Altre omissioni sembrano star dietro, e in qualche misura spiegare, quella pudica omissione. Innanzi tutto, non sembra sia stato rammentato – di fronte ai livori delle varie Santanchè, secondo le quali (come del resto per l’agente in orbace di cui sopra) l’intervento “macellaio” alla Diaz si era reso necessario e perciò legittimo a causa della “guerra contro l’Italia” dichiarata e combattuta dai manifestanti anti G8 – che i protagonisti assoluti e pressoché esclusivi dei disordini di quei giorni erano stati non i manifestanti ma le squadracce incappucciate di varia provenienza dette black block.

 

Che insomma quei disordini non erano stati provocati dalle manifestazioni, ampiamente pacifiche, di quanti protestavano per il vertice dei “grandi della Terra” convocato nel capoluogo ligure. Quanto piuttosto da agenti provocatori mascherati, inseritisi nelle manifestazioni e pronti a eclissarsi negli angusti “caruggi” genovesi una volta effettuate le loro provocazioni da autentici casseurs professionali. Lasciando così i manifestanti a viso scoperto a subire in termini ferocemente repressivi le conseguenze di quegli atti non loro.

 

Ma c’è una seconda omissione, tutt’altro che trascurabile. Con Genova 2001 sembrò spezzarsi il filo di quella intesa semi-ufficiale tra apparati dello Stato e manifestanti, che invece aveva tenuto per alcuni decenni: l’intesa non scritta grazie alla quale, dopo gli eventi del 1977 e dintorni, con la loro scia di atti estremistici e repressioni poliziesche sconsiderate, punteggiati gli uni e gli altri di violenze anche sanguinose (due nomi fra i tanti: Giorgiana Masi e l’agente Annarumma), accompagnati  infine dall’emergere inquietante del fenomeno brigatista dopo quello del terrorismo nero; dopo quell’epoca, insomma, una sorta di armistizio fu tacitamente stipulato: alla caratterizzazione pacifica delle manifestazioni avrebbe corrisposto un comportamento sostanzialmente non violento delle forze dell’ordine.

 

E così era stato fino al 2001: quel patto era stato rispettato da ambo le parti. Non vi erano più stati, a differenza del periodo precedente, né feriti né soprattutto morti per le strade. Quell’anno, però, segnò un punto di rottura: dapprima col prodromo di Napoli, poi con gli eventi di Genova. Perché? Ecco qui la terza omissione. Corrispondente a una circostanza pur rammentata, ma mai realmente analizzata.

 

Quello è l’anno del ritorno in pompa magna di Berlusconi al governo dopo l’effimero esperimento del 1994. E soprattutto è l’anno in cui lo “sdoganamento” del delfino di Almirante viene del tutto completato con l’ingresso nella compagine governativa in qualità di vicepresidente del Consiglio. E la circostanza curiosamente rammentata da più d’uno ma poi non sufficientemente analizzata è la presenza appunto di Gianfranco Fini in una “sala operativa” della Questura genovese. A fare che cosa?

 

Difficile dirlo con certezza per un “non addetto ai lavori”. Tuttavia, un’ipotesi non peregrina sembra possibile avanzarla. Giunto al vertice dell’istituzione governativa non è forse assurdo immaginare che il pupillo di Donna Assunta volesse tentare – per così dire – il “colpaccio”: promuovere una torsione in senso autoritario dell’autorità pubblica, a partire proprio da quel suo strumento cui le leggi attribuiscono il monopolio della forza, le forze di polizia. Per far questo era necessario mettere in mora ogni accordo di tolleranza con le manifestazioni di piazza: nella fattispecie, poiché l’altro “contraente” dell’ormai annoso patto non scritto non dava segno di volerlo clamorosamente violare, sembrava opportuno approfittare di una corposa infiltrazione di agenti provocatori (mandati da chi?) per giustificare la rottura da parte del contraente-polizia.

 

E’ plausibile, insomma, intravedere una connessione non casuale tra quella misteriosa presenza del vicepresidente del Consiglio nella sala operativa della Questura, quelle altrettanto misteriose infiltrazioni incappucciate e vandaliche e la “spedizione punitiva” alla Diaz, la cui ingiustificata violenza sarà poi denunciata da un testimone insospettabile come il vicequestore vicario presente ai fatti. E veniva a interrompersi quel processo di esplicita e capillare “costituzionalizzazione” delle forze di polizia, a partire dalla loro cultura di base, che quel patto non scritto aveva per diversi anni sancito in modo visibile: vigendo quell’accordo implicito, tra le fila della forza pubblica azioni “alla Diaz” e discorsi apologetici nei loro confronti non sarebbero stati possibili. Ora si cambiava musica: dai sotterranei dove erano stati confinati rigurgitavano miasmi fascistoidi che si ritenevano esauriti.

 

Il “colpaccio” si rivelerà poi non così facile da attuare e il brillante capo missino, avendo già passato le acque a Fiuggi, si riconvertirà in aspirante promotore di una destra civile ed “europea”. Magari a costo di perdere la materna protezione di Donna Assunta…

 

Fantapolitica? Come diceva quel tizio, a pensar male si farà pure peccato, ma… A meno che non si ritenga davvero sufficiente individuare, come responsabile politico del tutto, un capo della polizia, oggi assai discusso, ma in un recente passato certo non ostacolato nella sua mirabolante carriera, fino al vertice di uno dei residui gruppi industriali di Stato.

 

Stefano Sacconi

 

Roma, 16 aprile 2015

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PERCHE’ IL POPOLO TRADISCE LA SINISTRA

di THOMAS PIKETTY   30 Marzo 2015 
Un’analisi riferita alla situazione francese, ma perfettamente calzante per l’Italia e l’Europa. In estrema sintesi,  la risposta al titolo è questa: il popolo tradisce la “sinistra” perché la sinistra non c’è. La Repubblica, 30 marzo 2015  (CITAZIONE TRATTA DAL SITO  WWW.EDDIBURG.IT E CONDIVISA DA MAREAPERTO)

PERCHÉ le classi popolari voltano sempre più le spalle ai partiti di Governo? E perchè in particolare ai partiti di centrosinistra che sostengono di difenderle? Molto semplicemente perché i partiti di centrosinistra non le difendono più ormai da tempo. Negli ultimi decenni le classi popolari hanno subito l’equivalente di una doppia condanna, prima economica e poi politica.

Le trasformazioni dell’economia non sono andate a vantaggio dei gruppi sociali più sfavoriti dei Paesi sviluppati: la fine dei trent’anni di crescita eccezionale seguita alla seconda guerra mondiale, la deindustrializzazione, l’ascesa dei Paesi emergenti, la distruzione di posti di lavoro poco o mediamente qualificati nel Nord del pianeta. I gruppi meglio provvisti di capitale finanziario e culturale, al contrario, hanno beneficiato appieno della globalizzazione.

Il secondo problema è che le trasformazioni politiche non hanno fatto che accentuare ancora di più queste tendenze. Ci si sarebbe potuti immaginare che le istituzioni pubbliche, i sistemi di protezione sociale, in generale le politiche seguite dai Governi si sarebbero adattati alla nuova realtà, pretendendo di più dai principali beneficiari delle trasformazioni in corso per concentrarsi maggiormente sui gruppi più penalizzati. Invece è successo il contrario.

Anche a causa dell’intensificarsi della concorrenza fra Paesi, i Governi nazionali si sono concentrati sempre di più sui contribuenti più mobili (lavoratori dipendenti altamente qualificati e globalizzati, detentori di capitali) a scapito dei gruppi percepiti come “imprigionati” (le classi popolari e i ceti medi). Tutto questo riguarda un insieme di politiche sociali e servizi pubblici: investimenti nei treni ad alta velocità contro pauperizzazione delle ferrovie regionali, filiere dell’istruzione per le élite contro abbandono di scuole e università, e via discorrendo. E riguarda naturalmente anche il finanziamento di tutto quanto: dagli anni 80 in poi, la progressività dei sistemi fiscali si è drasticamente ridotta, con una riduzione su vasta scala delle imposte applicabili ai redditi più elevati e un graduale aumento delle tasse indirette, che colpiscono i più poveri.

La deregolamentazione finanziaria e la liberalizzazione dei flussi di capitali, senza la minima contropartita, hanno accentuato queste evoluzioni.

Anche le istituzioni europee, consacrate interamente al principio di una concorrenza sempre più pura e sempre più perfetta fra territori e fra Paesi, senza una base fiscale e sociale comune, hanno rafforzato queste tendenze. Lo si vede con estrema chiarezza nel caso dell’imposta sugli utili delle società, che in Europa si è dimezzata rispetto agli anni 80. Inoltre, bisogna sottolineare che le società più grandi spesso riescono a eludere il tasso di imposizione ufficiale, com’è stato rivelato dal recente scandalo LuxLeaks. In pratica, le piccole e medie imprese si ritrovano a pagare imposte sugli utili nettamente superiori a quelle che pagano i grandi gruppi con sede nelle capitali. Più tasse e meno servizi pubblici: non c’è da stupirsi che le popolazioni colpite si sentano abbandonate. Questo sentimento di abbandono alimenta il consenso per l’estrema destra e l’ascesa del tripartitismo, sia all’interno che all’esterno dell’Eurozona (per esempio in Svezia). Che fare, allora?

Innanzitutto bisogna riconoscere che senza una rifondazione sociale e democratica radicale, la costruzione europea diventerà sempre più indifendibile agli occhi delle classi popolari. La lettura del rapporto che i «quattro presidenti» (della Commissione, della Bce, del Consiglio e dell’Eurogruppo) hanno recentemente dedicato all’avvenire della zona euro è particolarmente deprimente in quest’ottica.

L’idea generale è che si sa già quali sono le «riforme strutturali» (meno rigidità sul mercato del lavoro e dei beni) che permetteranno di risolvere tutto, bisogna solo trovare gli strumenti per imporle. La diagnosi è assurda: se la disoccupazione è schizzata alle stelle negli ultimi anni, mentre negli Stati Uniti diminuiva, è innanzitutto perché gli Stati Uniti hanno dato prova di una maggiore flessibilità di bilancio per rilanciare la macchina economica.

Quello che blocca l’Europa sono soprattutto le pastoie antidemocratiche: la rigidità dei criteri di bilancio, la regola dell’unanimità sulle questioni fiscali. E sopra ogni altra cosa l’assenza di investimenti nel futuro. Esempio emblematico: il programma Erasmus ha il merito di esistere, ma è ridicolmente sottofinanziato (2 miliardi di euro l’anno contro 200 miliardi dedicati al pagamento degli interessi sul debito), mentre l’Europa dovrebbe investire massicciamente nell’innovazione, nei giovani e nelle università.

Se non si troverà nessun compromesso per rifondare l’Europa, i rischi di esplosione sono reali. Riguardo alla Grecia, è evidente che alcuni dirigenti cercano di spingere il Paese ellenico fuori dall’euro: tutti sanno benissimo che gli accordi del 2012 sono inapplicabili (passeranno decenni prima che la Grecia possa avere un avanzo primario del 4 per cento del Pil da destinare al rimborso del debito), eppure si rifiutano di rinegoziarli. Su tutte queste questioni, la totale assenza di proposte da parte del Governo francese sta diventando assordante. Non si può stare ad aspettare a braccia conserte le elezioni regionali di dicembre e l’arrivo al potere dell’estrema destra nelle regioni francesi.

Traduzione di Fabio Galimberti

L’Ucraina, Putin e la (non) Europa

La Stampa il 9 febbraio scorso ospitava un editoriale di estremo interesse, non a caso firmato da uno storico particolarmente esperto di cose tedesche: Gian Enrico Rusconi. Vale la pena di rammentarlo. Già il titolo di prima pagina (“Che errore il paragone con il 1938”) fa capire che non ci troviamo di fronte alla solita tiritera sull’aggressione del “perfido Putin” al Paese vicino, ma a una considerazione nettamente più ponderata dei fatti.

 

Il parallelo con la calata di braghe di Francia e Inghilterra di fronte a Hitler è infatti, secondo Rusconi, “un’analogia storica insostenibile”. E Rusconi spiega ampiamente il perché: ricordando con dovizia di particolari cosa fu il “patto di Monaco” del’38; sottolineando poi come “da parte russa non c’è stato nessun rifiuto del Diktat di Versailles ma certamente il presidente Putin rinfaccia agli occidentali di aver approfittato della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione del sistema sovietico per far avanzare impropriamente la Nato sino ai confini della Russia, per limitarne lo spazio di sviluppo e di autonomia. E ha risposto con l’annessione della Crimea”. Leggi tutto

Europa: un progetto da ripensare?

Il terrorismo globale della jihad, le stragi di migranti, le mire espansionistiche di Putin, la rottura della Grecia, le derive populiste e razziste. L’idea dell’Europa, da lei tanto amata, annaspa. Perché?
“È la crisi temo definitiva del progetto federalista europeo. Dal 2008 in poi le misure politiche e economiche dei paesi Ue, se si eccettuano gli sforzi di Draghi, hanno mirato a una rinazionalizzazione degli interessi. E dopo Solana l’Europa ha dismesso completamente la sua politica estera comune tornando a una pratica intergovernativa evidentissima da tempo, al ritorno in auge degli stati nazione e dei nazionalismi, il che non è una bella idea, vista la nostra storia anche recente”.
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