ESTATE 1966. ESSERE AMICI

Il campeggio “Degli Ulivi” ci aveva accolti col suo fascino antico: antichi erano gli alberi contorti con le foglie cangianti alla brezza spirante dal mare; antica l’aria salmastra, forte, che si respirava sotto il sole cocente (la prudenza di spalmarmi di latte solare non mi aveva risparmiato l’ustione del dorso dei piedi rendendomi una tortura camminare scalzo sulla rena rovente, ma intollerabili per giorni le infradito); antica la scogliera tagliente che qua e là affiorava tra la sabbia battuta dalle onde. Più di tutto antico il ricordo del nocchiero d’Enea che cadendo dalla nave lasciò in mare la vita, il nome a questo promontorio selvaggio, oggi meta di turisti in cerca di un mare lontano dalle spiagge consuete.

 

Trovammo, in un giorno ventoso, una barca in affitto, a remi come allora usava, con la quale salpammo tutti e cinque, abbastanza esperti di acqua e di nuoto, in un gita all’avventura attorno al promontorio. Scattammo qualche foto cui poi demmo titoli sarcastici: schiavi della galera (curvi sul remo per contrastare il vento), l’amico corvo (un ramo nero e contorto innalzato scherzosamente a vessillo) e via celiando. L’avventura iniziò quando la nostra rotta passò il capo ed espose il leggero vascello al vento furioso che veniva da Sud: ci costò davvero una fatica erculea riuscire a sospingere il guscio sbatacchiante fino a un punto riparato dove bagnarci nell’acqua profonda, scherzare tra spruzzi e lazzi, per risalire poi a bordo con qualche fatica e riprendere la via dell’approdo di partenza, questa volta sospinti dallo stesso vento teso che all’andata ci aveva tanto ostacolati.

 

Memori, chi c’era, di una piacevole ciucca sulla spiaggia, l’anno precedente in Toscana, una sera facemmo scorta del vino pesante di quelle terre e d’una bottiglia di brandy a poco prezzo. Cucinammo sulla spiaggia braciole per cena, accompagnandole col rosso liquore aspro e senza nome delle vigne del Sud. La ciucca, questa volta, fu voluta e inseguita. E mal ce ne incolse: riguadagnammo le tende annaspando, malfermi sulle gambe, lo sguardo appannato, qualcuno vomitando – emulo del ciclope ingannato da Ulisse – liquame rosso misto a pezzi di carne, maledicendo senza allegria, se non posticcia, la caparbia decisione di dedicarci alle gioie di Bacco. In attesa, al mattino, di una memoria confusa affiorante dal capo impastato di dolore.

 

Dopo pranzo, mentre giacevamo in riposo nel cerchio delle tende, in quattro mi fecero cenno perché sentissi quel che avevano da dirmi. Mi ritrovai al centro di una giuria impietosa. Dissero che, stavolta, non avrebbero più taciuto: mi avrebbero riversato addosso le loro accuse. E così fecero. Più che di azioni o fatti, l’imputazione era di atteggiamenti non più sopportabili. Parlarono tutti, quasi a gara nel circostanziare quelle accuse. Disegnarono un ritratto collettivo di me stesso, in cui emergeva il mio collocarmi in una sfera di presunzione immotivata, o comunque in un concetto di me fondato sullo svilimento degli altri.

 

Ascoltavo attento quelle invettive, senza controbattere né difendermi. Sentivo che quel processo in piena regola era la più genuina e certa testimonianza di amicizia: dire papale quel che si pensa, senza diplomazie o infingimenti. E, prima di tutto, non tacere più. Non evitare più il rischio magari di offendere, se l’offesa è rivelazione di una verità. E avere fiducia che il bersaglio di quelle parole non più taciute sarà capace di incassarle, di capirle, di tenerne conto. Di afferrare il proprio interesse a farne tesoro. Erano, quelle accuse, il più alto attestato di stima nei miei confronti: rilevare i miei difetti nella fiducia che fossi capace, grazie a loro che mi accusavano, di riconoscerli e, per quanto possibile, di superarli. Così feci: mi resi degno della loro fiducia. E dello forzo fatto per parlarmi con così audace schiettezza: di essermi davvero amici.

 

Fra i quattro accusatori una spiccava, quella capace di formulare meglio le invettive, portando esempi innegabili. Di tali esempi uno mi si è stampato nella memoria, perché particolarmente vivido e significativo. Rammentò una frase che le avevo detto stringendole la mano, al termine di un suo intervento in materia di fede e ateismo. Era stata eletta a portavoce di una delle due squadre contrapposte in cui, nella nostra classe di liceo, ci eravamo divisi per rispondere al quesito sull’esistenza di Dio, che ci era stato posto dall’insegnante di Religione. “Per essere una donna – le avevo sussurrato con aria di sufficienza – sei stata proprio brava”.

 

Mi riportò alla memoria quella frase e non ci fu bisogno d’altro: raramente mi sono vergognato altrettanto per cose dette da me. Quel processo intentatomi dagli amici incise profondamente nel mio atteggiamento. Ma soprattutto quel rammentarmi la mia frase cambiò a fondo il mio atteggiarmi nei confronti delle donne: mai più avrei potuto dire, e nemmeno pensare, qualcosa di così presuntuoso e imbecille. Forse non a caso tutte le ragazze e le donne con cui ho avuto rapporto, d’allora in poi, sono state più o meno dichiaratamente femministe.

 

Lei, l’accusatrice più ferma e più acuta, era anche la più bella: sulla spiaggia rocciosa così come in classe. Fummo davvero amici. Ricordo le volte che fuggimmo insieme prima di varcare i cancelli del liceo, passando mattinate liete per le vie di Roma. Ricordo quando le diedi lezioni di scooter a Forte Antenne sedendo dietro di lei senza sfiorarla perché un po’ m’intimidiva. Chissà… Conversammo su cosa sia l’intelligenza, la virtù che entrambi ammiravamo di più. Ci trovammo d’accordo nell’affermare che un’intelligenza vera comprende necessariamente in sé anche la bontà. Forse nelle accuse di quel dopopranzo fra le tende si esprimeva anche questa convinzione. E si esprimeva anche nella mia consapevole accettazione.

 

Ma la vita ci riserva, talora, le incognite più amare. Anni dopo, una comune amica mi annunciò la sua scomparsa. E poi mi disse che non era stata una disgrazia qualunque: era stata una morte voluta. Si era suicidata a causa di un uomo. Ma non un uomo di qualche valore: un imbecille e un profittatore. Così se ne andò sola, lei così bella, che era divenuta attrice di teatro e aveva recitato – ricordo lo spettacolo così nuovo al Palazzo dello Sport – nell’Orlando di Ronconi. La comune amica mi raccontò di aver parlato di me con lei: a te in particolare voleva veramente bene – mi disse.

 

                                                Stefano Sacconi

 

Roma, 18 marzo 2015

Condividi

Mare e monti: sentire il clima che cambia

Quel golf lasciato a casa 

A Marcella ed Enrico, cui devo anche questo

 Quando, adolescenti, assaggiavamo in riva al Tirreno, d’estate, libertà non consentite in città, il fatto che di notte facesse fresco era non il contenuto d’una predica, ma un dato d’esperienza. In quelle prime uscite dopo cena, in compagnia di una folta compagnia d’amici e di ragazzine, alla ricerca delle emozioni d’un ballo sul moletto accompagnati da un mangiadischi Philips e da una pila di 45 giri, la mamma, nel lasciarci andare con una qualche trepidazione, ci raccomandava il rientro per mezzanotte e soprattutto d’indossare il golf di lana per difenderci dai rigori della notte. E, passata una certa ora, quel golf effettivamente lo indossavamo sopra la maglietta a maniche corte. Ma non per obbedienza alle premurose raccomandazioni materne: lo indossavamo perché un certo fresco umido cominciava a farsi sentire e a farci desiderare, anche in quell’età incurante e spavalda, il tepore d’un po’ di lana addosso.

Vennero poi gli anni della giovinezza ribelle, sdegnosa della compagnia dei propri vecchi. E allora le estati non si passavano più nel quieto borgo marinaro, ma in giro in posti più lontani e – così ci sembrava – più avventurosi e liberi. Più tardi ancora, quando la vita ci fece provare a nostra volta il non esser più l’ultimo anello della catena nominandoci iniziatori di una generazione nuova, allora la casa delle nostre estati lontane tornò a essere per noi rifugio nella stagione in cui il sole cuoce e annuvolano l’aria le zanzare. L’esser ancora figli, da guscio e gabbia, divenne conforto e aiuto nell’affrontare quella responsabilità nuova e quel nuovo onere, tanto sconosciuto quanto tenero ed esaltante. E però sempre oggetto di qualche timore.

Allora, fra i tanti, un fatto nuovo ci colpì in quel ritorno al luogo dell’infanzia e della prima giovinezza. Ci accorgemmo che quell’antica raccomandazione salutista, ormai, non aveva più ragion d’essere: non veniva più quell’ora in cui si era desiderato coprirsi. Si potevano fare tranquillamente le ore piccole – il marmocchio affidato all’affettuosa vigilanza dei nonni rimasti a casa – senza aggiungere lana al tenue riparo della t-shirt. Anche il pullover del resto, col mutar delle mode, era diventato di cotone.

 

 

Il ghiacciaio dimezzato.

    A Filippo, che fra mille cose mi ha insegnato l’amore per la montagna

Anni dopo, quando il marmocchio divenne a sua volta adolescente, tornai qualche estate sulle Alpi del Vallese, ricche di nevi incontaminate, sentieri scoscesi, morene su cui saltabeccare, vette da sfidare.  Le avevo frequentate da ragazzo, scoprendo l’emozione ricca e impagabile di quei panorami ampi, solenni e sempre nuovi, il tempo speso con parsimonia e progressiva soddisfazione, la fatica delle salite affrontata con passo cadenzato, la lotta con le vertigini e l’inabilità nel confronto con le aspre ma troppo lisce pareti di granito, il caldo dei rifugi dopo la tormenta, gl’incontri più inattesi e lo scambio di ricordi e di esperienze attorno a una ciotola di zuppa bollente.

Uno era, nella memoria di quell’alpinismo d’agosto, il luogo più ricco di significato e più caro: un rifugio sopra i tremila, che avevo conosciuto nei primi tempi ancora con l’impronta ottocentesca della cabane di legno, robusta e modesta in vetta a uno sperone di roccia; e che poi avevo visto tutto rinnovato, divenuto quasi un moderno, imponente maniero ottagonale che di quel medesimo sperone occupava la cima tutt’intera.

Diverse erano le attrattive di quel luogo incantato. Era il più alto rifugio raggiungibile in giornata dal microscopico paese dove ci ospitava un antico albergo di pietra, privo di riscaldamento, tenuto da una famiglia patriarcale di montanari: il vecchio ex guida alpina, la moglie e le figlie con i costumi alpigiani portati tutti i giorni. Era il punto di partenza per la scalata a vette accessibili anche a noi dilettanti. Era il centro, il punto obbligato di passaggio dell’haute route des alpes che percorrevano da Chamonix a Zermatt, di rifugio in rifugio, gruppi di escursionisti abbronzati e alpinisti a coppie o solitari: un pellegrinaggio che nella buona stagione era particolarmente fitto e consentiva, in quel ritrovo d’alta quota, di fare conoscenze variate e non di rado affascinanti. Di lì si godeva un panorama alpino senza pari, punteggiato all’orizzonte dalla magnifica piramide del Cervino e da diversi altri “quattromila” emergenti dal mare sconfinato dei ghiacciai qua e là traforati da picchi di roccia scura.

Ma forse il fascino maggiore di quella meta era nell’ascesa che si compiva per raggiungerla: un’escursione che condensava in sé – dal parcheggio dove si lasciava l’auto come in un campo base himalayano, fino al massiccio di granito con cui cimentarsi per giungere infine alla calda accoglienza del rifugio – l’intera gamma delle prestazioni richieste a un alpinista per dirsi tale. Il sentiero dapprima quasi comodo fra l’erba, poi sempre più ripido, a stretti tornanti sulla gobba del Col,  stretto e pencolante su scarpate profonde mentre il paesaggio, mutando via via, si  faceva più ampio. Poi, dopo un pianoro solcato da acque sorgive, la morena di sassi dapprima minuti, poi sempre più grossi, così da costringere chi saliva a passi slungati e salti frequenti. Infine, tra la morena e la roccia finale, il ghiacciaio solido e affidabile nel freddo acuto del mattino, di pendenza sempre più ripida, da affrontare scalinando con vigore mentre si costeggiava o saltava qualche modesto crepaccio, fino alla nevosa selletta finale alla base dell’estremo picco petroso. E ogni passaggio a tempo debito, in una successione armoniosa, che faceva di quell’ascesa un’escursione, sì, faticosa, ma di proporzioni in certo senso familiari, tali da non sfiancare il cittadino che osava affrontarla con un minimo allenamento. E da mettere voglia di ripeterla dopo pochi giorni: un agosto l’affrontammo tre o quattro volte, in gara contro la fatica e il tempo.

Tornato in età matura in quelle vallate percorse in gioventù, volli far conoscere anche al mio ragazzo, concludendo quel rinnovato soggiorno alpino, il magico luogo meta di quelle lontane escursioni. Gliene avevo parlato magnificandolo con passione. E soprattutto avevo cercato di fargli pregustare la soddisfazione unica di un’escursione completa di tutto quanto la montagna può offrire – e richiedere – a chi ne sfida le altezze: insieme alla bellezza commovente dei panorami, il succedersi di sentiero fiorito, aspra morena, ghiacciaio sempre più erto, roccia. Con queste aspettative c’incamminammo di buon mattino, il padre con qualche sbuffo in più di quelli d’un tempo, la madre volonterosa compagna d’avventura, il figlio con l’agile spavalderia dell’età e pronto a ridimensionare, secondo il costume dei ragazzi, il troppo ostentato entusiasmo paterno.

La sorpresa si presentò in forma d’inattesa delusione al momento in cui, secondo l’immagine vivamente stampata nella memoria, sulla pietraia doveva cominciare a vedersi qualche chiazza di neve sopravvissuta al solleone e premonitrice della candida distesa del ghiacciaio. Si continuava a salire ormai sudando per la fatica delle sempre più massicce pietre della morena, ma di chiazze nevose non si vedeva traccia. Così per un’altra mezz’ora buona, o forse tre quarti. Quando le prime avvisaglie candide cominciarono a presentasi davanti ai nostri passi, la morena si era ormai trasformata in un cumulo di massi malamente ammucchiati, per superare i quali era spesso necessario far ricorso anche alla presa delle mani. Il ghiacciaio ci avrebbe presentato fin dall’inizio la pendenza più ardua, interrotta qua e là da rocce affioranti. Anche la selletta nevosa in cima alla salita era scomparsa, sostituita da una sequenza di balze petrose. Il maestoso rifugio ci compensò in parte, a sera, con lo spettacolo della luna spuntata giusto da dietro la cima del Cervino. A mio figlio, però, resterà sempre il dubbio che l’incanto di quel luogo, e di quell’ascesa, fosse più un nostalgico ricordo di suo padre che una realtà.

Invece, quella delusione dell’impossibilità di ripetere – e tramandare – un’esperienza indimenticabile veniva solo a confermare la sorpresa già provata di fronte all’inutilità di tanta parte del vestiario pesante portato con me, e imposto anche ai miei compagni di viaggio, in quella vacanza montana: calzerotti e maglioni spessi, che vent’anni prima erano in molti casi indispensabili, questa volta erano risultati senz’altro eccessivi ed erano rimasti chiusi in valigia.

Queste impressioni provate, non metaforicamente, sulla pelle precedevano di pochi anni la pubblicazione, su giornali e riviste ad ampia diffusione, delle foto aeree dei ghiacciai alpini ridotti alla metà in pochi decenni scoprendo pietraie un tempo sepolte sotto la coltre bianca, dando spazio a nuovi alpeggi, rendendo più aguzzo il profilo dei nostri monti.  Si ripeteva insomma, a distanza di qualche tempo, il sospetto che mi era venuto al mare, al tempo del ritorno da neopadre al borgo dell’infanzia, che qualcosa stesse cambiando nella temperatura dell’aria intorno: qualcosa di non occasionale né temporaneo, ma di più profondo e duraturo. La sensazione precisa, cioè, che un riscaldamento del nostro mondo si stesse verificando, inesorabile, attorno a noi. Il global warming, prima di essere annunciato dagli scienziati allo spettabile pubblico, mi aveva già sfiorato la pelle dandomi l’impressione di qualcosa d’ineluttabile e d’inquietante per tutti. Ecco perché sono convinto che l’onere della prova (come dicono i giuristi) spetti, in materia, a coloro che si  ostinano a negare quello che invece è un comune dato d’esperienza: a negare cioè il fatto che l’atmosfera terrestre, in questo nostro tempo e non nella dimensione fuori scala delle ere geologiche, si stia progressivamente riscaldando[1].

Stefano Sacconi

Maggio/giugno 2010

[1] Su questa faccenda dei ghiacciai che si sciolgono a causa del global warming capita spesso di assistere a scenette curiose. Un’autorevole istituzione internazionale di ricerca aveva preconizzato, tempo fa, nientemeno che il completo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya entro il 2035. Una previsione a dir poco incauta, di cui i “negazionisti” in materia di riscaldamento globale si sono impegnati (senza troppa fatica) a demolire l’“impianto probatorio”. Cosicché l’autorevole istituzione si è dovuta alfine acconciare obtorto collo a una smentita. Come se la questione non fosse già di per sé abbastanza preoccupante, a complicare ulteriormente le cose ci si mettono pure le ubbie millenaristiche di qualche “scienziato” (aderente ai Testimoni di Geova?), così da mandare il tutto in burletta.

Alfredo

Mi è tornato in mente zio Alfredo. E’ stato in autobus, linea 75, davanti, a ridosso della paratia che copre alla vista lo schienale del conducente. Si siede una filippina minuta, non più giovane, qualche ruga sul volto. Tiene in grembo un bimbetto di 6-7 anni – potrebbe essere suo figlio o forse suo nipote – che non sta un attimo fermo, un vero pepe. Indica, spiega, chiede, guarda con gli occhi vivaci e furbi nel visino bruno sotto il caschetto di capelli neri e lucidi. Parla fitto fitto, con una forte cadenza romana: lo immagini a scuola, incontenibile nel suo argento vivo, pronto a rispondere alle domande, privo di timidezze o complessi, bravo scolaro e piccolo capobanda scuro e liscio fra le teste bionde, castane, ricciute. La mamma (o nonna) cerca di tenergli dietro in quel parlare da bimbo romano, di rispondergli, spiegargli, correggerlo. Le si legge nel viso – in quell’espressione orientale per noi così chiusa – un affetto vivo, dolce come quello di ogni mamma (o nonna) verso il suo piccolo. Ma vi si legge, e si sente, la fatica di seguirlo, di rispondergli a tempo e a tono. Leggi tutto