La grande sete: un’occasione per il governo del mondo

Per rifornirci di gas combustibile si costruiscono, dopo i pozzi, i gasdotti. Per rifornirci di petrolio e benzina, sempre dopo i pozzi, gli oleodotti. Navi, treni, autocarri trasportano il carbone estratto dalle miniere. E tutto questo complesso apparato di trasporto, a sua volta, per funzionare consuma gas, petrolio, carbone. Fonti energetiche più “naturali”, come le cascate e la geotermia, richiedono l’impiego di apparecchi complessi per trasformarsi in rifornimenti utili alle nostre attività. La stessa energia solare può entrare nel processo produttivo solo passando per apparecchi, termici o fotovoltaici, prodotti industrialmente. Lo stesso può dirsi per il vento, trasformato in fonte d’energia da noi utilizzabile solo grazie al complesso sistema incentrato sulle pale eoliche.

Insomma, per le fonti energetiche avviene esattamente ciò che avviene per tutti i beni, naturali o prodotti dall’uomo, che entrano nella nostra vita economica, domestica o sociale: renderli effettivamente utili richiede un investimento di risorse: poche o molte secondo il tipo di bene trattato, la distanza da coprire, la tecnologia da impiegare, la scala alla quale ci si deve muovere. Risorse di inventiva e di ricerca, di lavoro; risorse materiali, energetiche, finanziarie.

Certo, si potrebbe obiettare, gran parte di queste fonti energetiche hanno avuto origine “muovendosi da sole”: gigantesche masse di organismi viventi sono sprofondate sotto terra trasformandosi in combustibili fossili di diversi tipi; sempre sotto terra si sono formate masse di sostanze più calde la cui differenza di temperatura può essere sfruttata come fonte d’energia; lo scorrere verso valle delle acque montane dà luogo a rapide e cascate capaci di alimentare turbine elettriche; i raggi solari piovono sulla terra e possono essere “catturati” in più modi da idonei apparecchi; e così via. Ma per la maggior parte di questi fenomeni si tratta di eventi lontanissimi nel tempo (si pensi solo ai fossili); o anche attuali, ma che comunque, allo stato odierno della tecnica, non sono riproducibili a volontà.

 

Il ciclo delle acque

C’è un solo caso di un bene a noi utile, anzi senz’altro indispensabile, e che per di più può trasformarsi a determinate condizioni anche in una fonte energetica, il quale in natura “si trasporta da solo”: e non solo per brevi tratti, ma su scala addirittura globale. Questo bene è l’acqua. Si parla, non a caso, di ciclo delle acque: intendendo con questa espressione il movimento ciclico a trazione solare che trasforma l’acqua (in primo luogo quella degli  oceani) in vapore, poi questo in nuvole, le nuvole in pioggia e altre precipitazioni, queste in acque dolci superficiali e profonde, e poi in fiumi e ghiacciai, finendo da ultimo col ritornare negli oceani, dove il ciclo ricomincia. Essendosi già riprodotto, in piccola parte, a partire dall’evaporazione delle acque interne.

Si tratta di un fenomeno di dimensioni davvero gigantesche, che interessa quotidianamente, via via, una quantità difficilmente immaginabile della sostanza (in sigla chimica H2O) su cui si fonda ogni tipo di sostanza vivente, ogni processo vitale che ha luogo sulla Terra. Una sommaria ricerca nella rete consente di quantificare  le risorse idriche mondiali [vedi tabelle 1,2,3,4]: all’incirca un miliardo e trecentoventi milioni di chilometri cubi fra acque salate e dolci, ghiacciate, liquide o gassose (vapore). Per esprimere questa cifra fantasmagorica in un’unità di misura più usuale, si può poi ricordare che un chilometro cubo equivale a un miliardo di litri. Si tratta quindi di un miliardo e quasi un terzo di miliardi di litri: una massa, insomma,  difficilmente rapportabile alla capienza della vasca da bagno di casa. Né può rassicurarci il fatto che questo ben di Dio costituisca “all’incirca un millesimo del volume complessivo del pianeta”, come Internet si premura di informarci.

 

Davvero un problema così grave?

Stupisce allora che si parli diffusamente dell’acqua come di uno dei problemi più gravi del nostro tempo: un problema che potrebbe addirittura costituire, in un futuro non lontano, una causa o un pretesto di guerre sanguinose. Non solo il possesso, ma già solo l’accesso all’acqua è una questione importante per tutti, visto che l’acqua è indispensabile per vivere, ma sembra che la scarsità d’acqua possa trovare rimedio non nell’apprestamento dei mezzi idonei a incrementarne la provvista, bensì nel privarne il vicino meglio piazzato geograficamente o viceversa nell’impedire al vicino meno fortunato di attingere alle scarse e preziose fonti esistenti.

___________________________________________________________________________

Tabella 1                          Risorse idriche terrestri

Il volume di acqua presente sulla Terra è stimato in 1 360 000 000 km3, all’incirca un millesimo del volume complessivo del pianeta; di questi:

L’acqua dolce rappresenta solo il 2,5% del volume totale presente sulla Terra[92] e per più dei 23 si trova in pochi ghiacciai, in particolare nell’Antartide e in Groenlandia, i quali sono quindi la principale riserva di acqua dolce nel nostro pianeta.[93]

La fusione dei ghiacciai a causa dell’effetto serra e dell’aumento delle temperature ha un forte impatto ambientale, sia per l’innalzamento del livello dei mari ma anche per la scomparsa di questa riserva. Durante la fusione dei ghiacci, infatti, l’acqua dolce (il 30% di acqua dolce si trova in riserve sotterranee e solo meno dell’1% dell’acqua dolce si trova in laghi, fiumi o bacini) si mescola a quella salata del mare, divenendo inutilizzabile dall’uomo.

In uno studio pubblicato nel 1996 dalla rivista Science si stimava che:

  • ilciclo dell’acqua genera un totale di acqua dolce rinnovabile pari a circa 110 300 km3/anno;
  • circa69 600 km3/anno delle precipitazioni evapora a sua volta (ma consente la vita di forme importanti di vegetazione, quali le foreste, non irrigate dall’uomo);
  • rimangono circa40 700 km3/anno, che ritornano nei mari e negli oceani; di tale acqua:
    • 7 774 km3/annosono in zone di difficile accesso e, in pratica, non utilizzate (circa il 95% del Rio delle Amazzoni, metà del Congo, buona parte dei fiumi nelle terre più settentrionali);
    • 29 600 km3/annofiniscono in mare senza essere utilizzati mediante dighe;
    • 12 500 km3/annopossono essere utilizzati dall’uomo; di questi:
      • 4 430 km3/annovengono direttamente utilizzati nell’agricoltura (2880 km3/anno), nell’industria (975 km3/anno) e nelle città (300 km3/anno); il dato comprende, peraltro, anche la perdita di riserve per evaporazione (275);
      • 2 350 km3/annovengono utilizzati “così come sono”, ad esempio per navigazione, pesca e parchi;
    • la costruzione di dighe può aumentare di circa il 10% la disponibilità di acqua dolce utilizzabile dall’uomo nel2025, ma si prevede che per quel tempo la popolazione potrebbe aumentare di circa il 45%;
    • crescenteinquinamento e del riscaldamento globale.

 

________________________________________________________________________________

 

 

Tabella 2  –  Ripartizione delle risorse idriche terrestri
Volumed’acqua(milioni di km3) Percentualedi acquadolce Percentualedel totaled’acqua
Acqua totale 1 386 100,00
Acqua dolce 35 100,0 2,53
Ghiacciai e calotte glaciali 24,4 69,7 1,76
Acqua sotterranea 10,5 30,0 0,76
Laghi, fiumi, atmosfera 0,1 0,3 0,01
Acqua salata 1 351 97,47

 

 

 Tabella 3 – Flussi globali
Flussi d’acqua Media
(10³ km³/anno)
Precipitazioni sulla terra 107
Evaporazioni dalla terra 71
Precipitazioni sugli oceani 398
Evaporazioni dagli oceani 434

 

 

                                                                                                                                                              Nota  [1]

_________________________________________________________________

 

Questa serie di considerazioni sembra sollecitare un ragionamento e una conseguente linea propositiva senz’altro liberi dal condizionamento, oggi prevalente, di quella che si suol definire political correctness. Un ragionamento e una linea propositiva, insomma, che si propongano innanzi tutto di “dire pane al pane” senza preoccuparsi se questa schiettezza possa eventualmente urtare la sensibilità o le convinzioni di qualcuno. Foss’anche della maggioranza. E la prima violazione della “correttezza politica” predominante consiste proprio nel mettere in rilievo come la convinzione che la risorsa-acqua sia oggettivamente scarsa sia una convinzione francamente campata per aria: le tabelle pubblicate poco sopra stanno a dimostrarlo.

 

Le radici di una convinzione diffusa

Ma allora, donde deriva quella convinzione? E perché è così diffusa? E’ chiaro che essa ha un indubbio fondamento nell’evidenza empirica. Vi sono intere popolazioni affette da una così scarsa disponibilità d’acqua potabile che la loro stessa esistenza (non parliamo, ovviamente, delle condizioni igieniche, dell’esposizione alle malattie etc.) è messa gravemente a rischio. Del resto, non occorre andare lontano, né avventurarsi in qualche desolato territorio africano, per trovare popolazioni afflitte da ricorrenti situazioni di grave siccità, con la conseguenza di un rifornimento idrico assai carente o quanto meno intermittente. Intere province della Sicilia, per esempio, si trovano in una condizione di questo genere: d’estate, se non fosse per il soccorso delle autocisterne, molti paesi resterebbero a secco.  E non occorre nemmeno varcare lo Stretto: in Toscana vi sono zone costiere (per esempio nel Livornese) dove i locali e i villeggianti sono costretti a munirsi di cospicui serbatoi per non rischiare, attorno a Ferragosto, di restare all’asciutto. O di doversi aggirare muniti di capienti taniche (cinquant’anni fa erano fiaschi e damigiane, ma la sostanza resta la stessa) alla ricerca di qualche fontana miracolosamente fornita e funzionante.

Ma queste sono semplicemente vergogne nazionali, visto che il Paese non è affatto privo di risorse idriche e che esso è dotato comunque di istituzioni (a partire dallo Stato e dalle Regioni) fra i cui compiti principali dovrebbe esserci quello di provvedere ai bisogni dei cittadini. E che a tale scopo esercitano un prelievo fiscale tutt’altro che lieve. Possiamo dire, quindi, che il problema idrico, finché lo sguardo non varca i confini nazionali, e magari europei, è di soluzione relativamente semplice, almeno dal punto di vista tecnico.

Sempre che, beninteso, le istituzioni ai diversi livelli, e le forze politiche che dovrebbero animarle in senso democratico, mettano al centro le effettive necessità dei cittadini invece che le vacue beghe di Palazzo. Diciamo pure che l’impegno a far funzionare davvero la rete degli acquedotti, riparandoli quando serve e all’occorrenza costruendone di nuovi, a bonificare le acque inquinate, a rendere per tutti l’acqua, francescanamente, la prima “sorella” pronta a soccorrere chi ne ha bisogno; o se volete, secondo il lessico dei movimenti, ad affermare in concreto la sua natura di irrinunciabile “bene comune”; ecco, questa dovrebbe essere sul serio la prima o fra le prime “grandi opere” diffuse cui porre mano. E alla quale dedicare tutte le risorse necessarie.

Possiamo dire dunque che la “questione-acqua”, finché si resta a livello locale o nazionale, o anche europeo, assume con tutta evidenza le vesti di un problema politico: di non facile soluzione come tutti i problemi di questo tipo, in cui cioè si tratta di effettuare e imporre delle scelte. Ma con altrettanta evidenza non insolubile. La stessa “questione” assume però tutt’altro aspetto quando si varchino quei confini e la si ponga, come sembra senz’altro necessario, a livello globale. A questo livello, infatti, essa appare disperante: le sue stesse dimensioni, che superano spesse volte i confini fra gli Stati, sembrano precludere ogni seria ipotesi di soluzione.

 

La linea del “risparmio” e l’ombra di Malthus

A meno di non ripiegare, come in genere si fa, su di una semplice linea di “risparmio”: l’acqua è preziosa, quindi va usata con la massima parsimonia, evitando ogni “spreco”. Un po’ come le brave mamme d’un tempo, che di fronte al pargolo che rifiutava di mangiare qualche cibo a lui sgradito, si appellavano alla solidarietà coi bimbi africani “che non hanno da mangiare” e che farebbero salti di gioia se gli si offrisse il boccone rifiutato dal piccolo bianco viziato. Ma ovviamente non movevano un dito (né forse potevano) per alleviare la fame dei piccoli africani.

Due domande, cui si cercherà più oltre di dare una qualche risposta. La prima: perché a quella sia pur ardua questione sembra non vi sia soluzione se non nei termini ricordati del “risparmio”. Tra l’altro senza tener conto che si tratta di una linea sicuramente insufficiente e, almeno in prospettiva, sicuramente fallimentare. Testimonia in tal senso la tendenza all’espansione della presenza umana sulla Terra (anche senza tener conto che, non essendovi un meccanismo di vasi comunicanti che metta in rapporto il risparmio del Nord con la sete del Sud, la fiducia in quella linea di “austerità idrica” sarebbe comunque mal riposta; poiché quei “vasi”, non esistendo in natura, andrebbero artificialmente costruiti e messi in funzione: quella dell’austerità sarebbe dunque, più che una soluzione, una via per dar luogo a un problema ulteriore).

Diciamo pure che tale linea, come tutte le proposte basate sulla preminenza di una qualche forma d’austerità, mostra con chiarezza la sua sostanziale ascendenza maltusiana. Non a caso, anche nel caso della temuta penuria generale d’acqua come in quello delle paventata scarsità globale di alimenti, all’enunciazione di quella linea si accompagna spesso un convinto predicozzo sulla necessità che si limiti la prolificità dei nostri simili. Di quelli che più soffrono la sete, ovviamente. Ecco una delle radici della linea dell’“austerità idrica”. E’ assai comodo, infatti, per i consumatori del Nord-Ovest, scaricare in ultima istanza le responsabilità della penuria d’acqua sugli assetati di quello che un tempo si definiva Terzo Mondo. Lavandosi magari la coscienza col seguire le prescrizioni di quell’illustre ecologista che esortava a economizzare… sullo scarico del water. E soprattutto risparmiando a se medesimi lo sforzo (e la responsabilità) di ricercare seriamente e di indicare le soluzioni possibili. O comunque razionalmente configurabili.

Il fatto è che quella linea operativa, come in genere quelle che non sanno guardare oltre l’austerità (in tal senso il fatto di riecheggiare Malthus è di per sé eloquente), è gravata da un pregiudizio conservatore: il mondo è fatto com’è fatto, non è possibile introdurvi cambiamenti di rilievo e a coloro che in esso si trovano in posizione disagiata non resta che adattarsi. Di più: ogni conato di cambiare sostanzialmente le cose non può sortire altro effetto se non quello di peggiorarle.

Non stupisce che tale ragionamento sia divenuto senso comune: sarebbe invero una pretesa irragionevole quella di chi richiedesse all’“uomo comune” di guardare di là dal macigno immane, e in prima apparenza inamovibile, della questione-acqua come questione globale. Specie se egli non trova in chi “potrebbe” (la politica, l’intellettualità) alcun aiuto o stimolo adatto a fargli affrontare il compito davvero impegnativo costituito da quell’allungare lo sguardo. Anzi, se gli si fa balenare l’ineluttabilità di un contrasto fra la sua condizione di persona soddisfatta e i bisogni insoddisfatti di masse ingenti di suoi simili, tanto assetati quanto inclini a riprodursi con incosciente solerzia. Fra la sua sete appagata e quella inesausta di tanti abitanti del Sud del mondo. Cosicché, comunque, specie di fronte a impegni che appaiono nell’immediato “fuori scala” rispetto alle proprie forze, la conservazione gli apparirà sempre come la soluzione più semplice e immediata. Certo, ciò vale per l’“uomo comune”. Anche per i clerici?

 

L’architetto, l’ingegnere, l’economo: un lavoro di squadra

Come per tutti i problemi che presentano un importante, anzi preminente aspetto tecnico, per la questione-acqua come questione globale è opportuno per prima cosa disegnare per così dire “a tavolino” l’insieme di interventi che sarebbe necessario mettere in atto e gli strumenti da attivare a tale scopo. Un punto di partenza di tipo illuministico? Certamente, e questa non va avvertita come un’accusa, ma come un’inevitabile presa d’atto: proprio perché non si tratta di un problema di facile soluzione, è in primo luogo necessario aver chiaro, “illuministicamente”, in quale direzione tale soluzione vada ricercata, anzi costruita.

Diciamo pure, magari a rischio di semplificare alquanto le cose, che lo spirito secondo cui muovere i primi passi è quello dell’architetto: disegnare le linee generali del risultato costruttivo cui si vuole giungere, cioè quanto meno il fantasma dell’edificio che si intende costruire. Così da poterlo proporre, almeno in una prima approssimazione, al “committente” che si immagina di dover soddisfare: nel nostro caso, niente meno che l’umanità. Rinviando a un successivo momento l’assunzione, non meno necessaria ma appunto logicamente successiva, dello spirito dell’ingegnere, poi di quello dell’amministratore: da un lato lo spirito di chi ha il compito di indicare ed esaminare gli strumenti tecnici con cui concretamente realizzare il progetto, dall’altro quello di chi ha il compito di esaminarne i costi e i conti, indicando le vie per rispettare le necessarie compatibilità.

Distinguere questi tre approcci al problema, beninteso, non deve affatto significare una loro netta separazione, quasi che per “l’architetto” fosse lecito costruire e proporre il suo progetto senza tener conto, almeno in linea di massima, del condizionamento degli aspetti ingegneristici e di quelli economico-amministrativi; o che “l’ingegnere” e “l’amministratore” potessero esercitare le loro pur preziose competenze al di fuori e magari contro le linee del progetto “architettonico”. Si deve trattare, insomma, di un lavoro di squadra nel senso più pieno, in cui ciascuno dei soggetti (quindi delle funzioni da essi incarnate) deve sapersi porre come parte di un tutto la cui organicità è la sola garanzia che, per quanto arduo, il proposito non venga vanificato. Lo stesso si dirà per l’ordine delle priorità: solo la primazia logica dell’architettura del progetto, al cui interno soltanto la responsabilità degli strumenti e le compatibilità delle risorse sono destinate e operare, garantisce che si possa effettivamente procedere e non essere inceppati dalla stessa, immane audacia del proposito perseguito.

 

Un’illusione utopistica?

Quest’avvertenza sembra trovare un supporto proprio nel modo in cui la questione, nella sua dimensione globale, viene correntemente trattata, o meglio, di fatto, accantonata. Mancano del tutto, in genere, sia la considerazione unitaria dei tre aspetti indicati poco sopra sia, a maggior ragione, una qualche consapevolezza  della loro gerarchia logica. E così si assiste a un’inevitabile preminenza degli aspetti “ingegneristici” e soprattutto di quelli economico-amministrativi: come del resto avviene in tutti i casi in cui un problema complesso viene affrontato in un contesto logico-politico di tipo conservatore. La domanda (evidentemente retorica) “come si potrà mai fare?” e la considerazione sconsolata “mancano le risorse” sono le uniche risposte che affiorano con la prepotenza di una fin de non-recevoir indiscutibile. E così avviene che l’esigenza stessa del progetto, cui finalizzare sin dall’inizio le risorse tecniche e quelle economiche, viene declassata a pia illusione e il progetto stesso a insostenibile utopia.

Un declassamento, se ci pensiamo bene, tanto più inaccettabile in quanto applicato non a un qualche sogno astruso[2], ma a un’esigenza di evidente pregnanza umana: quella di rendere disponibile una quantità sufficiente d’acqua dolce (non necessariamente tutta e solo potabile: dipende dagli impieghi) per l’intera popolazione mondiale e per le sue attività economico-produttive.

Ora, nessuno o quasi, neanche i più incalliti razzisti e reazionari, giungono ad affermare apertamente che la mancanza d’acqua, per le popolazioni che ne sono afflitte e che con tutta evidenza non sono finora in grado di superarla con le loro sole forze, debba essere considerata come un destino ineluttabile, una gabbia in cui esse debbano semplicemente rassegnarsi a restar rinchiuse. Né appare francamente realistica, o semplicemente accettabile, una prospettiva che affidi la questione al buon cuore dei missionari di varia estrazione, in grado al più di aiutare gli assetati a scavare qualche pozzo probabilmente destinato presto a prosciugarsi. O di fornire qualche altro rimedio palliativo. Rimedio benvenuto, nell’immediato, ma evidentemente ben lontano dall’affrontare seriamente, a livello adeguato, il problema di una generalizzata e costante disponibilità idrica per tutti. Eppure è proprio un “si arrangino” o al più un “ci pensino i missionari” la risposta – esplicita o pudicamente sussurrata – che si tende generalmente a dare a quell’angoscioso quesito: che cosa si può (quindi di deve) fare per rispondere all’inesausto bisogno d’acqua di una parte cospicua (e certamente crescente a causa della desertificazione di tanta parte del globo) dell’umanità.

 

L’asse portante del progetto

L’ispirazione di fondo, e potremmo dire l’asse portante, del progetto in cui dovrebbe consistere la prima risposta al problema idrico come questione globale, appare già delineata: rispondere a livello finalmente adeguato al bisogno d’acqua avvertito dall’intera umanità.

Già nei limiti di queste pagine, che non possono avere altro obiettivo che quello di avviare un ragionamento affidandone lo sviluppo ad autori di ben altra competenza ed esperienza, il progetto così centrato (e altresì motivato) può essere inizialmente sviluppato facendo una duplice distinzione. Da un lato la distinzione fra le popolazioni  effettivamente e gravemente prive di regolari rifornimenti idrici, o che comunque corrono il rischio di cadere in una situazione di questo tipo[3]. E per altro verso le popolazioni che non si trovano – né rischiano verosimilmente di trovarsi a breve scadenza – in analoghe condizioni di scarsità idrica. Come non si trovano né rischiano di trovarsi, per esempio, gran parte delle popolazioni dei continenti europeo e americano.

Dall’altro lato va considerata la distinzione fra la scarsità quantitativa d’acqua, come quella che si è indicata nel caso della prima distinzione, e la scarsità qualitativa: fra coloro cioè che mancano d’acqua in assoluto e coloro che, pur non mancando in assoluto d’acqua, rischiano di non poterla utilizzare in sicurezza a causa dell’inquinamento. Fra questi, anche parti non trascurabili degli abitanti dell’emisfero settentrionale. Dovendosi distinguere, per di più, il tipo d’inquinamento che riguarda queste popolazioni, di origine per lo più industriale o agroindustriale, da quello, derivante per lo più da mancata depurazione delle acque reflue, che riguarda frequentemente le già scarse risorse idriche di cui oggi dispongono determinate popolazioni afflitte da scarsità quantitativa.

Da tale duplice distinzione deriva a sua volta una duplice suddivisione dello scopo o asse generale del progetto che si sta qui cercando di abbozzare. Si tratta, infatti, per un verso di mettere a disposizione risorse idriche regolari e pienamente sufficienti per le popolazioni che oggi ne sono in sostanza prive o rischiano di restarlo. E si tratta per altro verso di garantire un generale e duraturo disinquinamento delle acque per le popolazioni che, pur avendone a disposizione un quantitativo sufficiente, non possono fruirne in sicurezza a causa dell’inquinamento.

Per quanto concerne la seconda categoria,  affrontarne i problemi relativi all’approvvigionamento idrico non è operazione che presenti difficoltà particolari, se non quelle di tipo eminentemente politico: si tratta in generale di Paesi già dotati di istituzioni in linea di massima adeguate ad affrontare e risolvere quei problemi, nonché di risorse finanziarie e industriali pienamente sufficienti a tale scopo. Si tratta dunque, in sostanza, di attivare quelle istituzioni affinché mobilitino queste risorse indirizzandole alla soluzione dei medesimi problemi[4].

La divisione più intollerabile

Di tutt’altra serietà è invece l’altra divisione:  quella fra popolazioni già dotate di forniture idriche quantitativamente sufficienti e popolazioni con carenza quantitativa d’acqua o esposte a breve scadenza al rischio di soffrirne. Qui, infatti, il problema non è risolubile operando semplicemente all’interno dei rispettivi territori nazionali. Si pensi al caso della Palestina. Prima condizione perché la questione-acqua trovi soluzione è in questo caso un consenso attivo dello Stato d’Israele, che possiede per dir così le chiavi delle fonti d’approvvigionamento. Ma tale consenso[5] non è ottenibile, con tutta evidenza, se non all’interno di un vero e soddisfacente accordo di pace.

Anche considerando solo questo singolo caso, in sostanza, una soluzione effettiva del problema richiederebbe un concorso di tutti e tre i livelli più sopra indicati come indispensabili. Il livello del “progetto architettonico”, alla cui delineazione è a sua volta necessario un concorso politico delle due parti che dalla nascita dello Stato d’Israele sono contrapposte da un conflitto di ardua soluzione; il livello dei mezzi tecnici, al quale sarebbe necessario che il know-how maturato da Israele desse un contributo sostanzioso; e il livello economico-finanziario, anche in relazione al quale un significativo investimento di Israele sarebbe altamente auspicabile.

La soluzione “due popoli-due Stati”, che riprenderebbe in sostanza – e tenuto conto dei mutamenti intervenuti nel frattempo – lo spirito della risoluzione ONU del 1947, troverebbe qui una prima e decisiva pietra di paragone. L’aver messo in luce gli aspetti principali della questione-acqua è sufficiente a mostrarne per un verso la grande difficoltà, per l’altro la funzione di stimolo decisivo per la ricerca di una soluzione efficace. E la funzione – per dir così – di richiamo alla comunità internazionale a farsene carico.

L’importanza della conflittualità israeliano-palestinese è comunque solo un esempio, per quanto drammatico e rilevante: se ci si sposta dal caso particolare alla dimensione globale della questione, si ha una plateale conferma della sua portata umana e politica, non solo tecnica  ed economica. Come si può articolare, infatti, quello che più sopra si è definito l’ispirazione  di fondo e l’asse portante del progetto da disegnare e a cui por mano? Sembra chiaro che per raggiungere tale scopo generale è necessario attivare per l’acqua un complesso di realizzazioni non meno impegnative di quelle attuate per i combustibili fossili.

 

Una rete complessa di strumenti

Tali beni, com’è noto, sono originariamente disponibili solo in corrispondenza di determinate localizzazioni, cui corrispondono i loro giacimenti sotterranei. Per di più essi (in particolare il petrolio) necessitano, per esser resi effettivamente utilizzabili, di un più o meno intenso e costoso processo di raffinazione. Per ottenere dunque un’effettiva disponibilità dei combustibili fossili oggi necessari per gli usi domestici, agricoli e industriali, è stato necessario investire in un complesso sistema integrato di strumenti e attività di localizzazione dei giacimenti, di estrazione del materiale grezzo, di raffinazione dello stesso materiale, di trasporto e distribuzione dei carburanti.

Ecco, per l’acqua è necessario attivare un non meno impegnativo sistema di lavorazione. Rispetto ai combustibili fossili vi è un solo vantaggio: una parte cospicua del prezioso materiale è reperibile in superficie e non  richiede dunque la messa al lavoro di alcun “rabdomante” per essere localizzata. Sarà sufficiente, al più, un’adeguata batteria di ricognizioni aeree. In tal senso, il compito appare in partenza meno arduo di quello relativo ai combustibili fossili, i cui giacimenti si trovano ben addentro le viscere della Terra. Salvo il caso, evidentemente, delle falde acquifere sotterranee, fonti generalmente pregiate di acqua dolce e addirittura potabile: nei confronti delle quali, nella misura in cui non sono già conosciute, sarà necessario attivare adeguate ricerche.

Due, comunque, gli ostacoli maggiori da superare, a parte quelli di carattere tecnico: ma sarebbe paradossale arrendersi di fronte a questi ultimi, risolti per l’approvvigionamento d’acqua fin dai tempi più antichi (le grandiose rovine degli acquedotti romani, alcuni dei quali – peraltro – ancora  funzionanti, stanno a testimoniarlo). Gli ostacoli di cui si è fatto cenno sono piuttosto di ordine rispettivamente politico ed economico.

 

Due difficoltà: una di ordine politico…

La difficoltà d’ordine politico, che si è già individuata a proposito della questione idrica della Palestina, consiste nel fatto che non solo sarebbe necessaria una chiara scelta da parte delle singole dirigenze nazionali a favore di un impegno prioritario per la soluzione della “questione acqua”, ma nella maggior parte dei casi tale “questione” coinvolge più Paesi, assume quindi una portata politica internazionale: non è sufficiente la volontà del singolo governo, occorre per affrontarla con efficacia un accordo che impegni la convergenza di più autorità nazionali[6].

Questa difficoltà d’ordine politico assimila la questione-acqua alla questione-petrolio (e gas): anche in questo caso il problema da risolvere è tipicamente di livello internazionale. Esso presenta anzi, nel caso dei combustibili fossili, aspetti di ancor maggiore nettezza: si tratta in molti casi di approvvigionare Paesi che, come la Germania o il Giappone, ne sono forti consumatori ma che sono totalmente sprovvisti di giacimenti; mentre nessun territorio della Terra è del tutto privo di giacimenti d’acqua (un siffatto territorio, verosimilmente, sarebbe del tutto privo di abitanti).

 

…e una di ordine economico: un elemento tipico della questione-acqua

Qui s’innesta la grave difficoltà di ordine economico, che differenzia in modo evidente la questione-acqua da quella dell’approvvigionamento di carburanti fossili: una difficoltà senz’altro insuperabile nella misura in cui si affidi la soluzione del gigantesco problema alle semplici e “spontanee” regole del mercato[7]. Si tratta, com’è evidente, del fatto che, a differenza dei combustibili, l’acqua, allo stato, non è un prodotto vendibile in termini remunerativi. Essa infatti, a somiglianza – entro certi limiti – dell’aria, è un bene tradizionalmente disponibile ad libitum per i consumatori, e destinato per altro verso, in quanto bene di consumo finale, a una domanda non solvibile: il paradigma implicito, nel caso del carburante, è quello dell’automobilista fermo alla pompa di benzina e pronto a pagare il rifornimento in moneta sonante; per l’acqua potabile è piuttosto quello del Diogene pronto con la sua ciotola, o addirittura col cavo della mano, a dissetarsi liberamente alla sorgente o alla fontana pubblica. O, al più, della massaia che, per riempire la bottiglia o la pentola, apre il rubinetto, in attesa di una bolletta solo da poco elevata a livelli effettivamente rilevanti. Comunque, certamente, dovendo pagare per l’acqua un prezzo non paragonabile a quello degli altri componenti di quel che si mette in tavola.

Diciamo pure che l’acqua non fa parte a pieno titolo (o non è avvertita come facente parte) della categoria delle merci[8]. Ciò a differenza, appunto, dei combustibili. Questa condizione di gratuità (almeno parziale) della fornitura d’acqua, però, viene sempre più chiaramente a confliggere con i costi, tutt’altro che irrilevanti, che vanno sostenuti per assicurare la fornitura d’acqua alla generalità dei cittadini.

Ci si è  riferiti, finora, alla sola acqua per uso igienico e direttamente alimentare. Vi sono poi altri usi dell’acqua, per i quali il discorso da sviluppare è alquanto diverso: tutti quegli usi (da quello agricolo a quello industriale) che non si riferiscono direttamente all’alimentazione umana o all’igiene personale. Per un verso, infatti, questi usi, come ben sanno coloro che operano su tali terreni, non possono fare a meno di considerare esplicitamente il costo dell’acqua, che in molti casi è destinato a incidere in modo non marginale sul bilancio delle aziende che ne fanno uso. Per altro verso, questi usi dell’acqua non hanno la stretta necessità di servirsi di acqua potabile: è possibile, anzi, formulare una gradazione della potabilità dell’acqua in rapporto ai suoi diversi usi.

Va infine aggiunta una considerazione a quelle fin qui sommariamente formulate a proposito dell’aspetto economico della questione. Finora si è fatto riferimento ai Paesi del Nord del mondo, dove la soluzione del problema si presenta, come si è già detto, con un grado di complessità relativamente limitato: tanto che il paradigma culturale qui prevalente in proposito è quello di una sostanziale gratuità della risorsa idrica per i cittadini.

Se tuttavia ci spostiamo altrove, in particolare se prendiamo in considerazione le popolazioni del Sud del Mondo per le quali la scarsità d’acqua è esperienza quotidiana – e costituisce spesso un problema drammatico – questo paradigma smette di avere cittadinanza: l’acqua è senz’altro, per queste popolazioni, una risorsa scarsa, per procurarsi la quale si deve pagare un prezzo non di rado esoso. Il fatto poi che tale prezzo, il più delle volte, non sia corrisposto in termini monetari va fatto risalire, con tutta evidenza, alla scarsa disponibilità di denaro, finora insuperabile per tali popolazioni: ben poche famiglie, in tale ambito, potrebbero permettersi di pagare una bolletta dell’acqua paragonabile a quella che grava sui cittadini del Nord del mondo.

Cosicché il costo dell’acqua è da loro sopportato prevalentemente in termini di lavoro: un lavoro sfiancante che grava per lo più sulle donne e sui bambini. Senza poi considerare un prezzo d’altro genere, che ancor oggi queste popolazioni sono spesso costrette a pagare – letteralmente – sulla propria pelle: quella del contagio che troppe volte subiscono proprio da quell’acqua, non di rado inquinata in modo grave e spesso mortifero: cosicché, per molti di loro, l’alternativa che si pone è quella, intollerabile, fra morire di sete e subire gravi menomazioni, fino alla paralisi, alla cecità, alla morte.

 

Portare l’acqua a chi ne è carente

Allora, il significato più specifico del progetto che occorre delineare per affrontare a livello globale la questione-acqua consiste nella necessità di sanare questa contraddizione, che dovrebbe essere intollerabile per ogni coscienza civile, fra la parte del’umanità per la quale, in sostanza, l’approvvigionamento idrico non costituisce un problema e l’altra parte, per la quale viceversa il problema di dissetarsi è un cruccio quotidiano, la fonte di una fatica tremenda, non di rado l’origine di una serie di malanni spaventosi. Il progetto, insomma, dovrebbe proporsi come obiettivo primario quello di “portare l’acqua”, a questa parte dell’umanità: in quantità, accessibilità e qualità paragonabili a quelle di cui godiamo noi cittadini del resto del mondo.

Affrontare questo problema, di dimensioni senz’altro globali, significa – com’è comprensibile già in prima approssimazione – mobilitare un’ingentissima mole di risorse tecniche da finalizzare non semplicemente a realizzare la rete mondiale di acquedotti  necessaria allo scopo, ma anche ad attivare un sistema di controlli, depurazioni, movimentazioni forzate in tutti i casi in cui non sia possibile fare affidamento sulla sola forza di gravità. Per quanto riguarda l’alimentazione energetica di questo complesso sistema, prendendo in qualche misura esempio dal ciclo naturale delle acque, si potrà (quindi si dovrà) far ricorso nella massima misura possibile all’energia solare oltreché in alcuni casi a quella eolica: evitando in tal modo, se possibile del tutto e comunque nella massima misura, di far ricorso ai combustibili fossili, per definizione costosi e inquinanti; nonché, per analoghi motivi e per i rischi che essa comporta, all’energia nucleare. Si noti che l’impegno sia tecnico sia finanziario dell’operazione, dati i costi gestionali che si possono prevedere tutto sommato modesti, verrebbe in tal modo concentrato nella sola fase dell’investimento iniziale.

Vi sono due circostanze, già più sopra accennate, di cui bisognerà tener conto proprio in fase di avvio: da un lato il carattere transnazionale di una parte consistente dei maggiori giacimenti acquiferi cui si dovrà attingere per l’attuazione del progetto; dall’altro la difficoltà – anzi talora addirittura l’impossibilità – di far conto sulle risorse proprie da parte dei Paesi destinatari. A differenza di ciò che avviene nel Nord del mondo, qui si tratta nella maggior parte dei casi non solo di popolazioni dotate di risorse idriche insufficienti, ma anche di Stati privi del minimo indispensabile di efficacia operativa, quando non addirittura di “Stati falliti”. E la carenza d’acqua, ma soprattutto l’assenza di una politica idrica efficace, sono a loro volta fattori importanti, in un micidiale circolo vizioso, dell’aumento e dell’incancrenimento del sottosviluppo.

 

Una questione globale

Anche e soprattutto per questi motivi, oltreché per la dimensione puramente quantitativa del problema, la questione-acqua merita senz’altro la qualifica di “questione globale”: senza attivare una serie coordinata di interdipendenze consapevoli e attive, senza cioè superare la dimensione meramente nazionale, che in questo caso ancor più che in altri risulta asfittica, sarebbe velleitario pretendere di dare al problema una soluzione efficace e durevole. Al punto che si può senz’altro affermare che la stessa scelta di affidarsi, in determinati casi, a una dimensione operativa regionale, piuttosto che a una continentale o mondiale, non può che derivare da una considerazione globale del problema. Non può infatti trattarsi di un rattrappimento passivo e sostanzialmente inconsapevole dell’orizzonte, ma deve piuttosto essere il risultato di una ricognizione complessiva delle necessità e dei modi più efficaci ed efficienti per farvi fronte.

Si tratterà allora, in primo luogo, di effettuare un’accurata ricognizione geografica delle risorse idriche disponibili. Di quelle dolci, in particolare di quelle più vicine a una condizione di immediata potabilità. L’ulteriore ricognizione dovrà essere preceduta da una definizione degli usi consentiti per i diversi tipi di acqua non potabile: in base a tale definizione dovrà essere effettuata una ricognizione delle rispettive disponibilità e della loro collocazione. Un’ulteriore ricognizione, che dovrà accompagnarsi a questa, sarà finalizzata a stabilire, nei diversi casi, il tipo di depurazione (o comunque di lavorazione) cui ciascun tipo di acqua dovrà essere sottoposta preliminarmente alla sua immissione nella rete distributiva di destinazione. Saranno poi opportune ulteriori verifiche per ciascun tipo di acqua trattata preliminarmente all’immissione effettiva nella rete. Particolare attenzione, in tale fase, dovrà ovviamente essere dedicata alle indicazioni relative alle acque lavorate per renderle potabili. Una fase successiva stabilirà infine i livelli rispettivi di operatività della rete distributiva: regionale, continentale, intercontinentale[9].

 

Oltre i contatti bilaterali

L’aver sommariamente elencato le operazioni di ricognizione in cui consisterà la complessa fase preliminare mette in risalto la necessità che la stessa operazione sia sottratta peraltro fin dall’inizio alla routine troppo spesso  inconcludente dei contatti bilaterali, per essere affidata a un organismo di coordinamento unitario e comunemente riconosciuto.

Organismo che, in quella prima fase che si è or ora delineata e che consisterà – riassuntivamente – in una serie coordinata di attività ricognitive, non potrà non consistere in una qualche forma di comitato tecnico-scientifico a carattere ampiamente internazionale, in cui confluiscano tutte le più alte e sperimentate competenze disponibili, soggetto all’unico condizionamento politico di una vincolante direzione operativa verso l’attuazione dello scopo proprio del progetto. Progetto che, a sua volta, troverebbe poi nella stessa fase preliminare l’occasione concreta per trasformarsi in un disegno compiuto e pienamente intelligibile, cui dare la massima divulgazione e attorno al quale suscitare il consenso attivo dei maggiori responsabili della politica internazionale.

Il lavoro di tale comitato tecnico-scientifico internazionale, che potrà a questo punto dirsi compiuto nelle sue linee generali ma che ovviamente potrà essere prolungato e perfezionato nel tempo parallelamente allo svolgersi delle fasi successive del progetto[10], lascerà poi il campo alla seconda fase, quella che si potrebbe chiamare economico-amministrativa: quella del calcolo, del reperimento e della mobilitazione, del controllo delle risorse economiche necessarie a dar corpo a quello che si potrebbe definire “progetto acqua”.

Appare evidente che un efficace ed equo impiego di tali risorse, anzi già il loro reperimento e la loro mobilitazione non potranno essere affidati alla sola logica di mercato: in base a quest’ultima, infatti, la stessa finalità essenziale caratterizzante il progetto (in sintesi, un’adeguata fornitura d’acqua a tutti gli abitanti del globo) non potrebbe essere concretamente perseguita. Essendo il meccanismo di mercato fondato sui rapporti di forza dati, sarebbero inevitabili, da un lato, il prevalere della resistenza dei Paesi meglio collocati a fornire risorse destinate al sostegno di altri Paesi; e dall’altro l’indirizzarsi delle stesse risorse comunque mobilitate non in direzione delle aree di più acuto e più urgente bisogno, ma viceversa verso quelle dotate di maggiore forza contrattuale: per l’appunto, gli stessi Paesi “donatori”.

Inoltre, a rafforzare una tale ragionevole previsione, va considerato che la logica di mercato lasciata a se stessa è una logica “miope”, vale a dire operante in un’ottica di breve periodo. E’ ben prevedibile, infatti, che popolazioni sottratte alla morsa della sete (così come a quella della denutrizione e in generale dell’indigenza) siano in grado, in futuro, di entrare a pieno titolo nel mercato “normale” della produzione, degli scambi, dei consumi. Che quindi il contributo del Paesi più forti al loro sostegno è verosimilmente destinato a risolversi per quei Paesi nell’acquisizione di nuovi partners commerciali, quindi in ultima analisi in un possibile affare. Ma la consapevolezza di tale opportunità non può aversi se non essendo in grado di superare una logica meramente mercantile: dimostrandosi capaci, insomma, di “guardare lontano”.

Non si deve credere, tuttavia, che questo necessario sguardo spinto di là dell’immediato e della mera logica mercantile debba tradursi in una riesumazione di logiche pianificatorie, sicuramente fuori tempo, di ispirazione sovietica. L’esperienza, pur grandiosa per molti aspetti, inaugurata nel 1917 e conclusa nel 1989-91, non solo presentava elementi inaccettabili di compressione delle libertà e di vera e propria violenza dittatoriale che ne hanno fatto un esempio non riproponibile, ma essa ha finito con lo scontrarsi con momenti di inefficienza economica e gestionale e di alterazione della vita sociale che l’hanno inevitabilmente portata al più completo fallimento. Inoltre, appare evidente come l’esperimento di pianificazione tentato nell’ex impero zarista, fallimentare all’interno di un singolo Stato, pur particolarmente complesso, sarebbe destinato a non poter nemmeno essere avviato in un contesto – quello mondiale – frammentato in circa duecento Stati sovrani.

 

Un programma “attraverso il mercato”

Per questo insieme di motivi sarà necessario concepire e attuare l’operazione-acqua (una volta superate le difficoltà – che non mancheranno – relative al primo avvio del progetto) nei termini di una combinazione il più possibile organica fra esplicito impulso pianificatorio e attivazione delle più opportune  convenienze di mercato[11]. E’ pensabile, per fare un esempio, che la Russia, nel quadro del progetto globale e con la garanzia delle istituzioni internazionali[12], si attivi come soggetto mediatore fra le repubbliche centroasiatiche, favorendo fra di esse lo scambio di forniture di idrocarburi e acqua, ottenendo un corrispettivo “diritto di mediazione” e con esso remunerando almeno in parte la fornitura idrica da essa fornita, attingendo alle ingenti disponibilità inutilizzate della Siberia, per attenuare la sete di alcune popolazioni delle steppe. Poiché è presumibile che la stessa Russia sia in grado, in tutto ciò, di “guardare lontano” più agevolmente di quanto non possano i governi di quelle repubbliche: di vedere cioè nelle popolazioni oggi beneficate dal punto di vista idrico i possibili fornitori e acquirenti di domani (oltretutto agevolmente indirizzabili fin d’ora nelle scelte merceologiche utili ad attivare tale futura partnership)[13]; quindi di accontentarsi di un compenso immediato inferiore a quello teoricamente ottenibile in termini di pura contrattazione.

E si potrebbero portare numerosi altri esempi, tutti diversi fra loro. Ciò che, in ogni caso, tutti li accomuna è, come si è già sottolineato, la loro distanza, maggiore o minore, da uno schema puramente mercantile: distanza che trova la sua più efficace espressione nel fatto che, a differenza di quanto avviene per i combustibili fossili, nel caso dell’oggetto delle transazioni in cui in progetto-acqua si articola, non si ha la compravendita di una merce remunerativa “in contanti”, ma piuttosto la fornitura di un bene che è interesse immediato dei destinatari ricevere, mentre i fornitori possono contare solo su benefici destinati a materializzarsi in un futuro più o meno lontano. Perché la transazione abbia effettivamente luogo, dunque, è necessario che chi fornisce il bene si convinca che quel trasferimento, in prima apparenza gratuito o quasi, possa piuttosto essere inteso come un investimento di lungo periodo.

 

Un programma unitario e consapevole

Va notato, però, che qui si sta parlando di un “programma” unitario: di qualcosa di diverso, dunque, dal semplice incontro, quasi per una congiuntura astrale, di una serie di decisioni dei Paesi “forti”, concordemente convinti di affidare una parte non indifferente del loro vantaggio futuro a un investimento di lungo periodo a favore dei Paesi afflitti da una grave e durevole carenza idrica. Solo se ci si muove nei termini di un “programma” consapevolmente disegnato e attuato (benché gli strumenti per attuarlo siano presi in prestito dalla logica delle convenienze di mercato) è possibile pensare sul serio che quella “congiuntura astrale” scenda dal cielo delle elucubrazioni astrologiche e si realizzi in concreto.

Un intervento dei Paesi forti al di fuori di una seria garanzia internazionale non potrebbe fugare il sospetto che il loro operato sia spinto da motivi di tipo “coloniale”: mascherato magari da “aiuto”, in questo caso in forma di fornitura idrica, ma mirante in realtà a istituire una duratura a pesante manomissione della possibilità dei Paesi destinatari di tale “aiuto” di operare in autonomia. La storia anche recente fornisce troppi esempi di questo genere per poter confidare che in questo caso le cose possano prendere una piega diversa[14].

Diverso sarebbe il caso in cui quell’intervento si svolgesse con la garanzia istituzionale di riconosciute autorità  internazionali. Questa, del resto, è la logica che ha animato fin dall’inizio il presente discorso, cui non a caso si è attribuito un abbrivio “illuministico”. E a una simile spinta non è il caso, ora, di rinunciare.

 

Il ruolo delle Nazioni Unite

Chi è dunque il soggetto cui si deve – qualora le cose vadano proprio come qui si è ipotizzato – l’assemblaggio, la convocazione e il primo avvio del comitato tecnico-scientifico internazionale che sarà l’autore della prima traccia del progetto da cui l’intero programma-acqua dovrà prendere le mosse? Questo soggetto non potrà essere costituito se non dall’Organizzazione delle Nazioni Unite: dalla più ampiamente partecipata delle istituzioni internazionali, il cui respiro globale, benché oggi gravemente indebolito sul piano operativo, è l’unico a poter garantire, almeno in linea di principio, l’insieme dei soggetti toccati dal “progetto-acqua”, vuoi in veste di fornitori vuoi in quella di destinatari.

Certo, fare riferimento all’ONU in un periodo in cui ormai da tempo l’Organizzazione è ridotta sempre più spesso a far da copertura a posteriori (spesso nemmeno invocata) alle iniziative arbitrarie delle singole potenze – degli  USA in primo luogo – e  delle “alleanze di volonterosi” al loro seguito, può sembrare un gesto meramente retorico e comunque illusorio. Tuttavia, due ordini di considerazioni spingono a non rinunciare del tutto a tale riferimento.

In primo luogo spinge comunque in tale direzione, mettendo da parte ogni valutazione radicalmente pessimistica, la considerazione che il nostro tempo è attraversato da tensioni ed emergenze di tale generale e acuta portata[15] che è presumibile esistano, negli stessi organismi nazionali “che possono”, posizioni e correnti contrarie alla rinuncia definitiva a ogni accettabile, razionale disegno di ordine internazionale. E se non si vuole acconciarsi a tale rinuncia, con tutti i rischi davvero letali che essa comporterebbe, ripartire dalle già esistenti istituzioni destinate a salvaguardare la pace, per decadute che esse siano, appare come un passaggio necessario, magari soltanto come primo passo per costruire un assetto più adeguato ed efficace. Non sembra comunque accettabile che il mondo debba affidare la sua conduzione a movimenti folli come il Tea Party negli USA o all’accoppiata Netanyahu-Lieberman in Israele. O, per altro verso, come un Putin messo arrogantemente all’angolo a coltivare e diffondere fra i russi i suoi timori d’accerchiamento. E del resto – non sembri solo un wishful thinking – qualcosa sembra muoversi nei rispettivi Paesi per scongiurare una simile, nefasta eventualità.

 

UN water: un primo, timido approccio a livello ONU

Di là da ogni pur giustificato scetticismo, e dalle prove – non certo incoraggianti quanto a efficacia e ad autorevolezza – cui l’ONU ci ha ormai abituati, vale la pena ricordare che, tra gli organismi facenti capo al Palazzo di Vetro, o comunque collegati all’ONU, ve ne sono alcuni dedicati proprio alla questione-acqua: a partire dall’UN Water, definito “entità inter-agenzie”, che ha in corso due programmi decennali dedicati allo “sviluppo delle capacità produttive” proprio facendo leva sulla sicurezza nell’accesso all’acqua e alla difesa legale contro i soprusi relativi a questo vitale diritto; e ha poi un in corso un “programma congiunto” sostenuto dall’Unicef e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il monitoraggio dell’offerta e della sanificazione dell’acqua.

Si può dunque affermare che la questione-acqua, quanto meno in alcuni suoi aspetti di particolare effetto sulla coscienza collettiva, è sicuramente presente alle Nazioni Unite. Costituisce inoltre un ulteriore motivo di fiducia nella possibilità di un passo avanti in questa consapevolezza, al vertice della più ampiamente rappresentativa istituzione internazionale, il fatto che sia stato messo al lavoro un panel di esperti, coordinato appunto dall’ONU, per compiere uno studio proprio sulla questione-acqua, che fornirà la base di discussione per il gruppo di trenta di Stati membri (guidati dall’Ungheria e dal Kenya) incaricato di formulare una prima stesura degli Obiettivi di sviluppo sostenibile per il dopo 2015. Gruppo che, dopo essersi confrontato al suo interno sulla base del documento stilato dagli esperti, dovrà presentare all’Assemblea generale convocata per l’autunno del corrente anno una prima stesura degli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile per il dopo-2015.

Ciò in un contesto caratterizzato da numerosi e pressanti appelli perché il Consiglio di Sicurezza dell’ONU inserisca la questione idrica fra tali Obiettivi. Appelli, ovviamente, dal contenuto del tutto condivisibile, e che sarebbe opportuno il governo italiano facesse propri e sostenesse con decisione, approfittando magari della vetrina globale costituita dall’Expo, aperta per sei mesi proprio nell’imminenza della sessione ONU.

Non è possibile però trascurare, per evitare una giustificata accusa di ingenuo ottimismo, come la volontà collettiva espressa in quegli appelli, anche ove fosse sostenuta  con forza a livello politico, debba però fare i conti con la collocazione finora del tutto inadeguata della questione-acqua nell’agenda delle iniziative delle Nazioni Unite. Si pensi soltanto, per fare un esempio quanto mai significativo, al citato organismo UN water, dedicato appunto a tale questione: come “entità inter-agenzie” esso sembra denunciare una consistenza evanescente e una scarsa autonomia cui presumibilmente corrisponde una dotazione di mezzi del tutto insufficiente. Non si tratta, infatti, né di un’agenzia autonoma sul tipo della FAO (Food and Agriculture Agency), né – ad esempio – di una branca autonoma di quest’ultima.

 

Una questione di risorse aggiuntive

Inoltre, a conferma del ruolo al più collaterale attribuito finora a tale organismo, sta l’accezione correntemente assunta, proprio nei documenti ONU, del problema-acqua come problema di “sicurezza” idrica. In una prima formulazione del gruppo di esperti già citato, ad esempio, si parla di “capacità di una popolazione di salvaguardare l’accesso sostenibile all’acqua in quantità adeguate e di qualità accettabile […]”. E il lavoro da cui la citazione è tratta si intitola “Water security and the global water agenda”. Una ricerca, insomma, sicuramente animata dalle migliori intenzioni, ma che sembra ignorare che non solo di “salvaguardia” qui si tratta, ma purtroppo, in molti casi, di operare per superare in concreto una condizione di penuria cui i diretti interessati non sono in grado di far fronte. Di una situazione, insomma, in cui c’è ben poco da “salvaguardare”, ma c’è piuttosto da agire concretamente. E da mobilitare ingenti risorse aggiuntive rispetto a quelle finora disponibili.

Ma forse è proprio questa una delle spiegazioni più verosimili del ruolo secondario e cui la questione-acqua è stata finora confinata. Non è un caso, insomma, se  un organismo come UN Water non ha lo stesso rango della FAO o di altri organismi ONU dedicati al cibo e all’agricoltura[16]. Questi ultimi, infatti, sono supportati da apparati burocratici di grandi dimensioni, tanto da meritare in più casi la definizione spregiativa di “carrozzoni” più attenti agli interessi dei dipendenti che non a quelli dei destinatari istituzionali dei loro interventi. E  concepiti essenzialmente come canali di allocazione delle eccedenze agricole del Nord del mondo. Ma, soprattutto, dispongono di mezzi ingenti che consentono loro di intervenire con una certa larghezza. UN water, viceversa, rimane tuttora a livello di ricerche, studi e suggerimenti. A livello meramente preliminare, insomma: come se la questione-acqua fosse un problema di rango secondario rispetto a quella del cibo, la cui soluzione si potesse serenamente rinviare all’infinito. E non fosse, viceversa, non solo di gravità comparabile, ma rispetto a quella, addirittura, per più aspetti preliminare.

 

L’occasione dell’Expo e il possibile ruolo dell’Italia

La Giornata mondiale dell’acqua, indetta per il 22 marzo, potrebbe essere colta come un’occasione non stancamente rituale: come l’occasione, ad esempio, per trasformare il gruppo di esperti già al lavoro sul tema in un primo nucleo del comitato tecnico-scientifico che qui si è ipotizzato come momento di studio, di proposta e d’innesco di una grande operazione globale promossa dall’ONU e finalmente all’altezza del gigantesco obiettivo. E, insieme, per trasformare l’attuale, evanescente UN water in una vera e propria agenzia operativa, dotata dei mezzi per perseguire quell’obiettivo in modo efficace.

Un’utopia da sognatori? Può essere. E tale sarà destinata a restare se i governi continueranno, di fatto, a non porsi il problema. E se soprattutto il governo italiano, magari sfruttando l’occasione d’oro dell’Expo dedicata al tema “nutrire il pianeta, energia per la vita”, non saprà farsi promotore di un passaggio qualitativo del tipo e dell’impegno di quello qui ipotizzato.

 

_______________

Note

[1] La differenza delle fonti (FAO e altre) cui attinge Wikipedia, da cui le tabelle sono tratte, spiega le leggere discrepanze quantitative (che appaiono  sostanzialmente irrilevanti) tra le diverse valutazioni numeriche

[2] Eppure non pochi di tali “sogni” sono stati affrontati e sempre più compiutamente realizzati negli ultimi decenni, malgrado la loro ardua difficoltà realizzativa sul piano tecnico e su quello delle risorse da mobilitare: si pensi solo alle realizzazioni in campo spaziale, considerate senz’altro utopistiche (o fantascientifiche) prima della seconda guerra mondiale

[3] Fra queste vanno annoverate, per esempio, da un lato una parte cospicua degli abitanti dei Paesi del Sahel (oltreché ovviamente quelle del Sahara), dall’altro una parte non indifferente della popolazione palestinese, che soffre già di scarsità d’acqua e può presto giungere a soffrirne in modo ben più grave a causa della contesa sulle risorse idriche con Israele.

[4] Si ricordi che risale alla seconda metà del XIX secolo la prima opera di disinquinamento del Tamigi, considerato in precedenza “il corso d’acqua più inquinato d’Europa”: opera che consistette in primo luogo nella costruzione di un’adeguata rete fognaria per la città di Londra, progettata dal benemerito ingegnere sir Joseph Bazalgette, e grazie alla quale – si disse allora – poté aver fine “la grande puzza” cui si connettevano le ricorrenti epidemie di colera a di altre malattie da cui la capitale inglese era affetta. A decidere finalmente l’attivazione di tale opera contribuì non poco la vicinanza della sede del Parlamento al grande fiume londinese. Si dice che alcuni parlamentari appendessero alle finestre di Westminster lenzuola imbevute delle fetide acque del Tamigi E una seconda operazione di disinquinamento del fiume, che era tornato a livelli di inquinamento intollerabili, fu poi ripetuta con pieno successo, attivando mezzi idonei, negli anni Settanta del secolo successivo.

Ecco, un’opera di bonifica generale delle acque nel Nord del mondo non richiederebbe nemmeno un eccessivo sforzo di coordinamento a livello sovranazionale: sarebbe sufficiente, nella gran parte dei casi, che gli Stati mettessero ciascuno in agenda operazioni di tal genere. Oltreché, ovviamente, quelle necessarie a “portare l’acqua” alle porzioni di Sahel ancora intollerabilmente presenti al loro interno (e le cui condizioni sembrano destinate per di più ad aggravarsi a causa del processo di tropicalizzazione in atto alle nostre latitudini).

5 Consenso che dovrebbe essere “attivo” date sia la disparità di forze sia la difficoltà che si avrebbe da parte palestinese a dare piena e duratura soluzione al problema anche in presenza di un semplice nulla osta israeliano

[6] Come dovrebbe risultare più chiaro nel prosieguo del discorso, tale aspetto internazionale può trarre origine, sì, dalla geografia fisica (per esempio dal corso di un fiume che attraversa il territorio di più paesi), ma anche e soprattutto da questioni di opportunità politica: dalla necessità, per esempio, che un Paese più ricco e/o meglio dotato sul piano idrico si impegni nel sostenere lo sforzo di un Paese meno in grado di provvedere con le sue sole risorse all’approvvigionamento idrico della totalità della sua popolazione (il caso di Israele e della Palestina è in qualche misura paradigmatico)

[7] E’ noto che il mercato internazionale del gas e dei prodotti petroliferi non solo si fonda su una forte disparità nella disponibilità naturale di tali beni, ma il suo funzionamento è tale da generare a sua volta altre disparità fra Paesi, e soprattutto di alterare il loro collocamento nella scala delle ricchezze. Vi sono, per esempio, Paesi come il Giappone che, per disponibilità naturale di carburanti fossili, si collocherebbe a un livello assai basso fra le economie nazionali. L’Arabia Saudita e i Paesi minori del Golfo dovrebbero collocarsi a un livello non meno basso a causa del loro assai scarso sviluppo manifatturiero. In entrambi i casi tali Paesi si collocano viceversa in una posizione preminente, ma per motivi ben diversi l’uno dagli altri: il Giappone per il suo sviluppo industriale, quindi per la sua grande capacità d’esportazione di manufatti; l’Arabia e i Paesi minori del golfo per il fatto di possedere gigantesche riserve naturali di carburanti fossili, alimento principale della loro posizione di Paesi esportatori. E, va sottolineato, per l’oculata gestione della propria rendita mineraria, nonché  soprattutto grazie i rapporti privilegiati intrattenuti con la superpotenza d’oltre Atlantico. Circostanze, queste, che non si verificano, ad esempio, nel caso del più popoloso Paese africano, ricchissimo di giacimenti, la Nigeria, che sembra soffrire conseguenze negative proprio dal suo boom petrolifero. Argomento, quest’ultimo, sul quale l’Espresso pubblicò un ampio servizio il 2 luglio 2014

[8] Come è ben noto agli economisti, questa componente soggettiva, che in alcuni casi può anche essere illusoria, entra senz’altro tra i fattori delle valutazioni degli operatori del mercato (compresi anzitutto i consumatori, che dispongono di minori strumenti di giudizio oggettivo rispetto agli operatori dell’offerta). Entrano a loro volta a costituire tale componente soggettiva, ovviamente, elementi di carattere storico. Non è irrilevante, ad esempio, il fatto che in molte città occidentali (si pensi anche soltanto a Roma) una disponibilità gratuita d’acqua potabile è tradizionalmente garantita da fontane e fontanelle pubbliche

[9] Particolarmente interessante quanto si può leggere in Wikipedia a proposito della distribuzione delle risorse idriche in Asia: “La gestione delle risorse idriche in Asia Centrale è fonte di gravi dispute e tensioni sin dai tempi della caduta dell’Unione Sovietica: venuta meno l’amministrazione centralizzata, il caso ha assunto via via maggiore rilevanza politica e influenza negli equilibri regionali. Il fulcro della questione ruota intorno alle differenti necessità e risorse dei Paesi dell’area: KazakhstanTurkmenistan e Uzbekistan possiedono grandi quantità di idrocarburi, ma ben poche risorse idriche da impiegare per le loro estese coltivazioni; nei territori di Kirghizistan e Tajikistan, al contrario, si trovano le principali sorgenti di acqua, mentre scarseggiano le fonti energetiche. Questa ‘complementarità’ che dovrebbe favorire gli scambi è invece vanificata dalla scarsa cooperazione e dalla mancanza di programmazione. Le politiche interne dei paesi coinvolti ostacolano il necessario interscambio di risorse a svantaggio, ovviamente, delle condizioni di vita delle popolazioni interessate”. Di là dall’aspetto puramente informativo, l’interesse del brano consiste nel fatto di connettere strettamente, come è necessario, la situazione di crisi incrociata delle risorse idriche e degli idrocarburi e l’esigenza di coordinamento messo in luce dalla dissoluzione del vecchio potere sovietico: un caso esemplare, la cui messa in evidenza ha un valore che trascende la stessa situazione centroasiatica.

[10] Anche l’ispirazione “illuministica”, che come si è detto dovrà essere alla base del progetto, va intesa, insomma, cum grano salis

[11] La mente va al dibattito, in corso negli anni Settanta del ‘900 per iniziativa dell’entourage intellettuale di Enrico Berlinguer, sulla possibilità di una “programmazione attraverso il mercato”: capace quindi di superare insieme i conati fallimentari della programmazione fino allora sperimentata e le asprezze classiste (oltreché le inefficienze) della semplice logica mercantile. Quella prospettiva,oltre a necessitare di un adeguato affinamento, presupponeva però, per essere promossa con qualche speranza di successo, un humus politico e istituzionale a essa omogeneo: l’uccisione di Aldo Moro, e con essa la fine di uno sviluppo a lungo coltivato dal leader del Pci, confinarono quell’ipotesi fuori dalle possibilità concretamente attuabili nel presente. Si trattava comunque, secondo l’opinione di chi scrive (e forse non solo la sua), di uno spunto da riprendere: nell’ambito internazionale non meno che a livello interno

[12] Una garanzia, questa, resa necessaria dal fatto stesso che il soggetto che si offrirebbe come mediatore è avvertito storicamente, dai suoi vicini “minori” – giustificati in ciò dal recente passato – come potenzialmente prevaricante

[13] E’ possibile portare esempi anche meno elaborati di quello ipotizzato nel testo. E’ chiaramente nell’interesse più autentico dei Paesi attraversati dai grandi fiumi africani avere ai propri confini terre irrigue con cui commerciare invece che terre desolate e destinate, senza efficaci interventi di contrasto, a una progressiva desertificazione: terre irrigue con cui commerciare con reciproco vantaggio. In tutti i casi il fattore “sguardo lungo” sarà decisivo per consentire di superare l’aspettativa di una remunerazione completa e immediata, aspettativa che invece è omogenea a ogni logica puramente di mercato. L’intervento dell’impulso pianificatorio avrebbe tra l’altro la funzione di rendere generalmente comprensibile e condivisibile tale prospettiva lungimirante

[14]   Sarà sufficiente richiamare i reiterati interventi della Francia nei confronti dei Paesi già sue colonie nell’Africa sahariana e sub-sahariana, nonché la vera e propria campagna cinese in atto nella stessa Africa allo scopo di assicurarsi l’accesso alle preziose e rare materie prime di cui essa è ricca. Non vale nemmeno la pena, poi, di citare il carattere catastrofico degli interventi statunitensi all’estero

[15] Basti citare l’insistito richiamo di papa Francesco alla “terza guerra mondiale a pezzi”, che a suo dire è già in corso

[16] Due principalmente: il WFP (World Food Programme) e l’IFAD (International Fund for Agricultural Development)

Condividi