L’Ucraina, Putin e la (non) Europa

La Stampa il 9 febbraio scorso ospitava un editoriale di estremo interesse, non a caso firmato da uno storico particolarmente esperto di cose tedesche: Gian Enrico Rusconi. Vale la pena di rammentarlo. Già il titolo di prima pagina (“Che errore il paragone con il 1938”) fa capire che non ci troviamo di fronte alla solita tiritera sull’aggressione del “perfido Putin” al Paese vicino, ma a una considerazione nettamente più ponderata dei fatti.

 

Il parallelo con la calata di braghe di Francia e Inghilterra di fronte a Hitler è infatti, secondo Rusconi, “un’analogia storica insostenibile”. E Rusconi spiega ampiamente il perché: ricordando con dovizia di particolari cosa fu il “patto di Monaco” del’38; sottolineando poi come “da parte russa non c’è stato nessun rifiuto del Diktat di Versailles ma certamente il presidente Putin rinfaccia agli occidentali di aver approfittato della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione del sistema sovietico per far avanzare impropriamente la Nato sino ai confini della Russia, per limitarne lo spazio di sviluppo e di autonomia. E ha risposto con l’annessione della Crimea”.

 

E Rusconi continuava: “la politica russa degli anni scorsi era stata caratterizzata dalla ricerca di intesa con l’Occidente, con l’Unione europea, con la Germania in particolare”. Oggi – conclude quindi a proposito di quell’impropria analogia – “non c’è un Hitler da ammansire ma un virtuale partner da recuperare mettendo sul tavolo forti ragioni e interessi reciproci (non solo il petrolio NdR), non cedimenti o ricatti”.

 

Di tutto ciò occorre tenere conto se si vuole affrontare con successo una crisi difficile e potenzialmente assai pericolosa. Sarà un test estremamente impegnativo per l’Europa: dovrà finalmente dimostrare di saper essere un soggetto politico attivo e autorevole sulla scena internazionale: un vero e proprio experimentum crucis che non deve fallire. Del resto, la “strana coppia” Merkel-Hollande, recandosi a Mosca, di questo è sembrata esprimerne una prima consapevolezza.

 

Da quella visita estremamente faticosa sembra essere uscito un indirizzo operativo una buona volta improntato a una certa, realistica razionalità: abbandonata la pretesa (tipica della “nuova Europa” revanscista fomentata da Londra) di ricacciare l’“orso sarmatico” nel limbo dell’insignificanza, si sono delineati i tratti di una posizione che potrebbe essere condivisa. Sicurezza dei confini, riconoscimento di ampie e concordate autonomie alle province russofone dell’Ucraina, rinuncia esplicita da parte occidentale all’assorbimento della stessa Ucraina nella Nato: su tali basi la crisi potrà essere avviata a soluzione e la pace essere davvero preservata.

 

Tre postille all’articolo di Rusconi, peraltro ampiamente condivisibile. La prima: fra i due incontri di Monaco (quello del ’38 e quello che si sta per tenere) non c’è solo la coincidenza della sede prescelta. In ambo i casi i Paesi i cui rappresentanti furono e sono seduti al tavolo da parte occidentale sono gli stessi che avevano e hanno provocato, con la loro pretesa di stravincere, oggi la reazione fuori misura da parte russa, allora la trasformazione di una nazione fra le più colte del vecchio continente, patria di Marx e della socialdemocrazia, in un mostro aggressivo ai danni dell’intera umanità. I settant’anni trascorsi, tra la pace leonina e vendicativa del 1919 e la caduta del Muro assunta a pretesto per la reconquista delle marche orientali e l’umiliazione della patria di Tolstoj, sono sembrate non aver insegnato nulla. Almeno finora: ma forse una debole luce comincia a intravedersi. Perche divenga un sole capace di alimentare la speranza, si dovrà pero dimostrarsi capaci di passare dalla supplenza franco-tedesca alla piena assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni europee. Profondamente rinnovate a tal fine.

 

La seconda postilla concerne l’Ucraina come tale. Fra gli spezzoni della vecchia Urss essa è fra i più estesi (il doppio dell’Italia) e anche fra i meno rispondenti al canone ottocentesco dello Stato-nazione. Il caso della Crimea, “recuperata” da Mosca senza troppa fatica suscitando flebili e ormai estinte proteste da parte europea, dimostra quanto artificiosa e fragile fosse l’applicazione di un tale canone a quel Paese. Per dargli un assetto finalmente accettato, pacifico e duraturo sarà necessario uno sforzo serio di inventiva politico-istituzionale. Uno sforzo che non potrà in alcun modo escludere una piena e compiuta condivisione non solo da parte di Kiev, ma anche di Mosca.

 

La terza postilla concerne infine la matrice del governo di Kiev. La quale si configurò a suo tempo non come un processo democratico, ma piuttosto come un colpo di mano, appoggiato sì da una parte non trascurabile (e filo-europea) della popolazione, ma soprattutto sostenuto e poi riconosciuto dall’Occidente. Rispetto al quale la risposta della rivolta dei russofoni appoggiati da Mosca si manifestò come una prevedibile reazione. Non sarebbe male, insomma, che si tenesse presente il detto popolare secondo cui “chi semina vento…”. Specie quando la conseguente “tempesta” è destinata ad assumere la forma di una guerra civile, col suo strascico di lutti e distruzioni. E il rischio di sviluppi bellici di ben altra portata.

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