Alfredo

Mi è tornato in mente zio Alfredo. E’ stato in autobus, linea 75, davanti, a ridosso della paratia che copre alla vista lo schienale del conducente. Si siede una filippina minuta, non più giovane, qualche ruga sul volto. Tiene in grembo un bimbetto di 6-7 anni – potrebbe essere suo figlio o forse suo nipote – che non sta un attimo fermo, un vero pepe. Indica, spiega, chiede, guarda con gli occhi vivaci e furbi nel visino bruno sotto il caschetto di capelli neri e lucidi. Parla fitto fitto, con una forte cadenza romana: lo immagini a scuola, incontenibile nel suo argento vivo, pronto a rispondere alle domande, privo di timidezze o complessi, bravo scolaro e piccolo capobanda scuro e liscio fra le teste bionde, castane, ricciute. La mamma (o nonna) cerca di tenergli dietro in quel parlare da bimbo romano, di rispondergli, spiegargli, correggerlo. Le si legge nel viso – in quell’espressione orientale per noi così chiusa – un affetto vivo, dolce come quello di ogni mamma (o nonna) verso il suo piccolo. Ma vi si legge, e si sente, la fatica di seguirlo, di rispondergli a tempo e a tono.

 

Si sente che lui, il piccolo pepe, parla la lingua che sola è sua, tanto sua da colorarsi di vernacolo: non appresa, ma connaturata alla sua prima crescita di bimbo fra altri bimbi. Conoscerà certo anche quella dei genitori, e forse quella parlerà con loro, a casa. Ma non è, propriamente, la sua lingua. Per la piccola donna non più giovane che lo tiene sulle ginocchia, la lingua di lui non è lingua propria, è lontana, ostile, difficile. Si sente che la costringe a una traduzione nei due sensi, e ne escono frasi un po’ sbilenche, coi verbi mal coniugati, gli articoli saltati, spesso strafalcioni che allo scolaretto vivace costerebbero rimbrotti e bacchettate verbali. Qualche volta, chiaramente, fa proprio fatica a capirlo. E allora tace, o indica qualcos’altro nella via brulicante di gente e di veicoli rumorosi: così, per non farsi avvedere della sua fatica, della distanza, e non vergognarsi di fronte a lui. A lui che è arrivato, ha trovato un luogo, una lingua: non è più a metà strada.

 

E mi è tornato in mente zio Alfredo, l’ultimo fratello di nonna Maria, di pochi anni più grande di mia madre. Il sorriso dei denti candidi nel volto abbronzato, lo sguardo vivace, la calvizie ostinatamente coperta da un riporto ormai troppo magro. E il parlare calmo, paziente, anche con noi bambini. Un santo Stefano che era nostro ospite a pranzo mi fece il ritratto, piegando con le pinze un fil di ferro in forma di profilo. “Ti ho fatto questo naso lungo – mi disse con la sua calata padovana nel consegnarmelo – perché oggi è festa grande”. Mi è tornato in mente il paese della loro infanzia dalle parti di Este, visitato in un’estate torrida, le zanzare a nugoli per le stradine bianche tra i campi, che percorremmo in bicicletta sotto il sole. Era diverso da noi, zio Alfredo. Era l’unico operaio della famiglia: ricordo l’officina dove aveva lavorato per qualche anno a Roma, sulla Salaria poco fuori città. E la casetta assegnatagli come guardiano del cantiere da un parente facoltoso, costruttore nella periferia romana. Era piaciuto alle ragazze, zio Alfredo, da giovane. E forse anche più tardi: la paesana corpulenta e simpatica che quella volta ci ospitò in casa sua sulla gran piazza alberata – aveva un marito segaligno, piccolo e schivo: non parlava mai – si diceva fosse stata a lungo la sua amante, là ai piedi degli Euganei.

 

Si era sposato tardi, zio Alfredo. Ricordo la ciociara giovane, gli occhi intelligenti, sfrontati nel volto largo e colorito, il corpo da Giunone di provincia, che era divenuta la sua sposa. Dissero che si era maritata con un uomo dell’età di suo padre per sfuggire alle insidie di un vicino, nel borghetto dove abitava coi suoi. O di un parente, nella casetta affollata e promiscua. Era analfabeta, si diceva, la giovane sposa ciociara che aveva sottratto zio Alfredo all’amante dei suoi anni migliori: per la ciociarella del borghetto non c’era stato tempo né obbligo d’andare a scuola.

 

Un giorno, senza chiedere il permesso a nessuno, la moglie di zio Alfredo prese il treno per la Baviera.  Poco più d’un anno, e richiamò da Roma il marito e lo fece assumere come uomo di fatica nella stessa fabbrica di Ingolstadt dove lei lavorava come operaia. In quei brevi mesi, analfabeta com’era, col suo italiano infarcito del greve dialetto di casa, era diventata interprete per i colleghi appena immigrati: un’autorità. Li rivedrò più tardi, di ritorno a Roma per una breve vacanza, con una bimbetta grassoccia, bionda e rubizza, che parlava quasi solo tedesco – la cuginetta bavarese di mia madre – e un piccolo quasi ancora in fasce.

 

Zio Alfredo non imparò mai il tedesco, se non poche stentate parole: quella restò sempre, per lui, la lingua dal suono di schiaccianoci che aveva udito in bocca agli occupanti nella sua campagna ai piedi degli Euganei. La lingua nuova e ostile della giovane sposa ciociara. La lingua dei suoi figli così piccoli per lui, quasi estranei nella casa di Ingolstadt. Quando ci arrivò la partecipazione di nozze della cuginetta bavarese di mia madre, zio Alfredo non c’era già più, ucciso da un tumore lassù in Baviera: lui così sano e abbronzato nel volto aperto che tanto era piaciuto alle ragazze.

 

Stefano Sacconi

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